Garlasco, un’altra accusa contro Alberto: "Vuole andarsene in Svizzera"

Secondo la stampa locale l’unico indagato dell’omicidio di Chiara è
pronto ad emigrare con la famiglia. Il suo legale: "Sono tutte bugie". Tra un mese
scadono i termini.
E il caso rischia
l’archiviazione<br />

da Milano

«Per noi Alberto Stasi può andare dove gli pare», dice il dottor Alfonso Lauro. Il procuratore della Repubblica di Vigevano non sembra agitato dalla notizia lanciata ieri dalla Provincia Pavese: secondo il quotidiano, l’unico indagato per il delitto di Garlasco si sta preparando ad abbandonare l’Italia e trasferirsi in Svizzera insieme alla famiglia.
«Non è vero niente, la vita degli Stasi è a Garlasco, non vanno da nessuna parte», protesta l’avvocato di Alberto, il professor Angelo Guarda. E però la Provincia cita voci insistenti, contatti già in corso per vendere la grande villa degli Stasi e l’avviata attività di autoricambi. Emigrano o non emigrano, gli Stasi? Un altro piccolo mistero che va ad aggiungersi alle tante domande senza risposta che si accavallano da quella mattina di agosto in cui Chiara Poggi, fidanzata di Alberto, ragazza senza macchie, senza grilli, senza ombre, venne barbaramente uccisa sulle scale di casa.
Tra poco sarà passato un anno. E questo - insieme al dolore dei Poggi che non passa, alla curiosità dei media che si risveglia a fasi alterne - comporta anche un passaggio delicato, importante, nella macchina complicata dell’inchiesta. Entro il 13 agosto il procuratore Lauro e la sua sostituta Rosa Muscio dovranno decidere che fare, perché i termini scadono. Prima ipotesi: chiedere una proroga, indicando al giudice preliminare quali e quanti accertamenti ancora sono doverosi per tentare di trovare e inchiodare l’assassino. Seconda ipotesi: chiudere l’indagine con quanto è stato raccolto finora, e scegliere a quel punto se cercare di portare Alberto Stasi a processo, o rassegnarsi invece all’insufficienza delle prove raccolte, avviando mestamente il giallo di Garlasco verso il limbo dei casi irrisolti. Con buona pace della famiglia di Chiara e della sua richiesta di giustizia.
Cosa accadrà? Di certo il risvegliarsi delle voci, delle indiscrezioni - la presunta fuga degli Stasi, e prima ancora l’individuazione dell’arma del delitto, un martello sparito dalla cantina dei Poggi - sono segnali di un’attività sotterranea e febbrile, dell’avvicinarsi di giorni decisivi nel braccio di ferro tra accusa e difesa. Dice l’avvocato Giarda: «Tra poco il nostro perito depositerà la sua relazione, e saranno altre picconate per l’inchiesta contro Alberto». E se invece la Procura chiede il rinvio a giudizio del ragazzo? «A quel punto chiamerei a raccolta i giornalisti e racconterei alcune cose che so di questa inchiesta. È un’indagine sbagliata sin dall’inizio... Bisognava mettere Garlasco a ferro e fuoco, chiuderla con una cintura come ai tempi della peste, e non fare entrare e uscire nessuno finché non si fosse capito qualcosa. Invece si è puntato solo e soltanto su Alberto, su questo ragazzo dall’occhio “lombrosianamente omicida”, come ha scritto qualcuno. Cose da pazzi. La verità, quella vera, la sa solo il Padreterno. Ma la verità che noi ci siamo fatti, leggendo gli atti, è che Alberto non è stato. E però qualcuno Chiara l’ha uccisa, a meno che non si pensi a un demone saltato fuori dall’inferno. Peccato che in questi undici mesi nessuno lo abbia cercato».
In realtà, sotto traccia, senza clamore, qualche passo in altre direzioni i carabinieri lo hanno tentato: come gli accertamenti su alcuni dipendenti della Computer Sharing, l’azienda milanese dove Chiara aveva iniziato a lavorare dopo la laurea. Ma senza risultati. E così tutto torna di nuovo a ruotare intorno a lui, Alberto, il fidanzato. Ufficialmente gli elementi contro l’ex bocconiano sono quelli noti da mesi: una goccia del Dna di Chiara sul pedale della sua bici, alcune incongruenze del suo racconto, il possibile movente delle foto pedofile trovate sul suo computer. «E lei pensa - dice Giarda - che si possa fare un processo per omicidio su queste basi?». Difficile. Così prende credito la voce di uno o più nuovi elementi che la Procura potrebbe avere raccolto in questi mesi, e che ancora non si conoscono. «Se hanno degli assi nella manica li valuteremo - dice il difensore del giovane Stasi - ma io sono convinto che se elementi veri, concreti, fossero emersi in questi mesi lo saremmo venuti a sapere subito. Per il semplice motivo che avrebbero risbattuto Alberto in galera».