Garlasco, gelo tra Alberto e la madre di Chiara

<strong><a href="/a.pic1?ID=331351">Comincia il processo show che slitta subito al 7 marzo</a></strong>. Stasi sorride, la signora Poggi sospira distrutta: &quot;Sono qui perché lo devo a mia figlia&quot;. Il sospettato arriva a bordo di un'Audi con i vetri oscurati, circondato da un nugolo di avvocati

Vigevano - Ormai, sono lontanissimi. I sentimenti di un tempo si sono prosciugati e hanno lasciato traccia solo nella memoria. Alberto Stasi e i genitori di Chiara Poggi prendono le loro piccole precauzioni per evitarsi, per non scontrarsi, per non inciampare gli uni negli altri in quei pochi metri quadri. Sono le 9.30 della mattina quando nell’aula magna del Palazzo di giustizia il gip Stefano Vitelli apre l’udienza preliminare e dà il via al rito. Davanti a lui, alla sua destra, c’è la coppia d’assalto della Procura: i Pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci; alla sinistra ecco Stasi, circondato da un nugolo di avvocati: il professor Angelo Giarda e Giuseppe Colli, intorno a lui; subito dietro, Fabio Giarda, Giulio Colli, un paio di praticanti. Stasi, arrivato a bordo di un’Audi nera, osserva il giudice con i suoi soliti occhiali alla Harry Poter, poi rinchiude la tensione nello scafandro della compostezza. I Poggi, Giuseppe, la moglie Rita, il figlio Marco, stanno sull’altro lato, dietro lo scudo dei Pm, in compagnia del loro legale, Gian Luigi Tizzoni. Il tempo del funerale, in cui i Poggi e il fidanzato di Chiara si rincuoravano, si abbracciavano, si stringevano l’un l’altro, è lontano. La messa è finita. Ora, il galateo processuale esige un solo registro: l’indifferenza. Che imprigiona il risentimento, la rabbia, i retropensieri che hanno messo radici, innaffiati da mesi di macerazioni e riflessioni.

Ora, Alberto Stasi è l’imputato unico di un reato gravissimo: l’omicidio volontario; i Poggi, invece, chiedono di costituirsi parte civile come spetta ai parenti di una vittima. Nell’aula la distanza, se possibile, aumenta. Il gip, da bravo officiante, invoca un clima di fair play, invita a tenere fuori «da un procedimento difficile, giornalisti e pettegolezzi», domanda rispetto in nome di Chiara, strappata alla vita nei suoi «anni migliori». Il gelo sia mitigato dall’ossequio alle regole.

Nient’altro. La prima giornata se ne va in un’ora o poco più. I Pm chiedono l’unificazione dei due tronconi - quello per omicidio e l’altro per detenzione di materiale pedopornografico - che viaggiano paralleli e distinti ma nella testa della gente sono legati perché il secondo sarebbe il movente del primo. Il gip dice no, ma concede all’accusa e alla parte civile qualche giorno per studiare le ottocento pagine della memoria difensiva presentata dai legali di Stasi per controbattere alle accuse dei periti della famiglia Poggi.

Per l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, Stasi ha ucciso Chiara dopo un violento litigio, probabilmente originato dalla scoperta sul Pc di foto raccapriccianti a sfondo erotico, poi Alberto è scappato in bici e la bici sarebbe stata lavata. La difesa lavora per smontare quel film e cerca di eliminare gli appigli utilizzati da Tizzoni e dal suo consulente, Marzio Capra: i pedali, la chiavetta Usb, il Dna.

L’udienza viene rinviata al 7 marzo, Stasi, che indossa parka, maglioncino fantasia e jeans, risale sull’Audi nera, finalmente i Poggi lanciano un fugace saluto alla pattuglia avversaria dei legali; per lui, no, neanche un cenno. E Alberto contraccambia con la massima indifferenza. Un anno e mezzo dopo il delitto, anche un ciao mimato con la mano sarebbe di troppo. Scendendo dalle montagne del Trentino, dove li aveva raggiunti la terribile notizia della morte della figlia, i Poggi avevano puntato il dito, disperati, in direzione del parentado: in un ribollire di sospetti avevano pensato alle gemelle Cappa, similveline che avevano scambiato la scena del crimine per un set televisivo, attirando a Garlasco come in un reality Fabrizio Corona. Ma quei sospetti erano mal riposti.

Ora, mamma Rita lo sa e «senza fretta», come ripete in continuazione, con freddezza, aspetta che il tempo disegni il volto dell’assassino. Nell’intervista concessa ieri al Giornale quella fisionomia è già riconoscibile: «Ci fosse stato un altro - ha spiegato - la storia sarebbe venuta fuori, io me ne sarei accorta. A luglio, Alberto era a Londra e Chiara sarebbe uscita con questo amico per mangiare la pizza. Invece, lei passava le giornate tappata in casa». Più chiaro di così. E ancora: «Se avesse saputo delle foto porno, Chiara si sarebbe arrabbiata. Non le avrebbe accettate».

Ora, uscendo dall’ex convento, la mamma di Chiara pronuncia solo poche parole, quasi un piano di lavoro: «L’udienza è stata una prova molto dura. Ma alla prossima ci sarò ancora. Lo devo a Chiara». La signora Poggi è stremata, ma determinata. Si è nutrita di dolore. Ora è pronta per quel doloroso pellegrinaggio che è il processo. E convive, ormai, con l’idea che Chiara possa essere stata uccisa dall’unica persona di cui si fidava al di fuori della cerchia familiare: Alberto. Il fidanzato che adesso, nella battaglia appena iniziata a Vigevano, è diventato il nemico.