Garlasco, al setaccio migliaia di telefonate

La procura intenzionata a non fare ricorso contro la scarcerazione. Si riparte dalle nuove analisi dei Ris sulle macchie, da 35 impronte digitali e dai tabulati telefonici dei protagonisti. <a href="/a.pic1?ID=209913" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">&quot;Vi racconto la verità sulla famiglia Stasi&quot;</font></strong></a><font color="#ff6600"><font color="#333333">. <a href="/a.pic1?ID=209915" target="_blank"><strong>&quot;Innamorarsi di una tesi peccato mortale per i pm&quot;</strong></a></font></font>

Garlasco - Ormai sono passati quasi due mesi dalla morte di Chiara Poggi, ma dopo colpi di scena, interrogatori fiume, analisi di laboratorio, arresti e scarcerazione, siamo al punto di partenza. Cioè a quando i carabinieri ritennero che Alberto Stasi avesse le scarpe troppo pulite per aver attraversato la scena del crimine. Quindi si ricomincia, dagli interrogatori, dagli esami del Ris e dal traffico telefonico, anche se ormai siamo arrivati a vagliare migliaia di conversazioni.

Sicuramente la Procura di Vigevano dopo che il gip Giulia Pravon ha respinto la richiesta della pm Rosa Muscio di tenere Stasi in carcere, difficilmente si lancerà in altre mosse azzardate, tipo ricorrere al Tribunale del riesame. Con il rischio di vedersi nuovamente sconfessata. Quasi sicuramente si chiederà un ultimo sforzo ai carabinieri per battere strade vecchie e nuove in cerca di nuovi indizi, magari trascurati nella prima fase delle indagini.

Per esempio familiari, parenti, amici e conoscenti della vittima. Tutte le persone che hanno avuto un rapporto anche minimo sono state interrogate, adesso i militari andranno a rivedere i verbali in cerca di una anche minima discrepanza, Magari sentendo qualche nuovo teste o risentendo qualcuno di vecchio.

Poi ci sono sempre i carabinieri del Ris di Parma che stanno continuando a esaminare materiale su materiale. Il nodo cruciale, quello che ha fatto finire Alberto Stasi in carcere, è il materiale biologico trovato sui pedali della bicicletta. Fuori c’era infatti un «fluido» dal quale è stato ricavato il dna della vittima. Ma in quantità tale da far ritenere quel fluido, di cui non è possibile però stabilire la natura, fosse sangue lavato con detergente e che avesse pertanto perso le sue caratteristiche ematiche. Troppo poco quel «potrebbe essere sangue» perché il Gip Giulia Pravon accogliesse la richiesta di custodia cautelare avanzata dal pm Rosa Muscio. Ma non c’è solo quello sulla bicicletta. Dentro i pedali, una volta smontati, sono state trovate alcune gocce di sangue, sicuramente sangue, che da qualche giorno la scientifica dell’Arma cerca di lavorare per estrarne il dna.

Un lavoro lungo e complesso che passa di purificazione in purificazione: impossibile dire ora se i militari riusciranno o meno isolare il profilo biologico. Subito dopo le impronte digitali. Sono circa 35 quelle ritenute interessanti e dovranno essere confrontate con quelle di tutti i protagonisti di questa vicenda, l’indagato prima di tutti.

Infine il traffico telefonico. Gli investigatori hanno preso in mano il cellulare della vittima e hanno iniziato a controllarne le chiamate e i messaggi, inviati e ricevuti, praticamente dal giorno in cui ha comprato la scheda. Verificando anche tutte le implicazioni possibili e immaginabili. In totale sono arrivati a verificare qualcosa come 60/70mila comunicazioni. Anche queste andranno riviste e controllate nel dubbio che qualcosa sia sfuggito.