Garlasco, Stasi: "Non tornerò mai a una vita normale"

Primo giorno di libertà per l’unico indagato del delitto di Garlasco. Il fidanzato di Chiara fa una passeggiata in paese, ma circondato dai fotografi è costretto a tornare a casa nascosto in un furgone. Il padre inveisce
contro i giornalisti
e minaccia di
chiamare i vigili. <strong><a href="/a.pic1?ID=209697">Gli ultimi custodi della solitudine di Alberto</a></strong><br />

Garlasco - Ieri mattina Alberto Stasi si è svegliato scoprendo di trovarsi nel suo letto, a casa sua e non nella scomoda branda di una ancor più scomoda cella, dove ha trascorso tre giorni e quattro notti. Avrà anche pensato di essere libero e di poter uscire per una boccata d’aria. Salvo poi tornare precipitosamente agli «arresti domiciliari», dove si era peraltro già autoconsegnato dal 13 agosto, braccato da un nugolo di giornalisti, fotografi e cameraman. E forse a quel punto gli sarà uscito quel «Ma riuscirò mai a tornare a una vita normale?» mormorato agli amici.

Prima giornata a leccarsi le ferite invece per la Procura, dopo che il gip ha rimesso in libertà l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. Con il procuratore capo Alfonso Lauro che emette un nuovo comunicato stampa. Solita giornata di dolore invece per i Poggi a portare fiori sulla tomba della giovane figlia uccisa a soli 26 anni e ancora in attesa di giustizia. Una giustizia che il 20 agosto, una settimana dopo il delitto, ha indicato proprio il fidanzato come unico sbocco alle indagini, senza però trovare una prova che superasse gli esami di un giudice terzo. Come appunto il gip Giulia Pravon, che ha messo in libertà il ragazzo non appena il pm Rosa Muscio ha tentato di metterlo dentro. Alfonso Lauro ieri ha emesso un comunicato in cui spiega come la Procura ne prendesse atto «... riservando anche ai successivi sviluppi delle indagini e in particolare all’esito degli accertamenti in corso, ogni ulteriore valutazione». Il Ris di Parma, in pratica, sta ancora svolgendo una serie di accertamenti a cominciare dal materiale biologico sui pedali della bicicletta di Alberto. Da cui è stato tratto il dna di Chiara, all’inizio «sicuramente » sangue, inducendo così la Muscio a far arrestare Alberto, poi diventato «probabilmente» sangue, consigliando la Pravon a scarcerarlo.

Dentro quei pedali è stato trovato anche del sangue, sicuro al 100 per cento questa volta, da cui si sta cercando di estrarre il dna. Poi ci sono tutte le impronte digitali... Insomma il materiale è ancora tanto e analizzarlo tutto sarà un problema. Mentre Alberto ha ora altri problemi, per esempio dribblare la stampa. Ieri mattina verso le 10.30 è uscito in auto con la mamma. Inseguito dai fotografi, si è rifugiato nella ditta di autoricambi del padre che ha minacciato di chiamare vigili e carabinieri. Dopo circa un’ora un furgone Citroen Berlingò ha spalancato il portellone posteriore, ha fatto salire Alberto e lo ha riportato a casa. Mentre il padre inveiva contro i giornalisti «fate davvero un lavoro di m... Vorrei capitasse a voi quello che sta capitando a quel povero ragazzo» e la madre puntava la pompa dell’acqua contro gli assedianti: «Avete davvero rotto, lasciateci in pace». Un po’ difficile parlare di «libertà » in queste condizioni. Ma a casa almeno può ricevere qualche visita oppure farla, usando sempre il furgone, visto entrare e uscire di casa un paio di volte, come copertura per gli spostamenti.

E proprio a un amico avrebbe confidato «Ma riuscirò mai a tornare a una vita normale?». E poi, riferendosi all’assedio: «Spero che non sia sempre così, mi sembra di stare ancora in prigione ». Nel frattempo i Poggi pregavano nel cimitero di Pieve Albignola, ricevendo le condoglianze dei parenti degli altri defunti. «È un dolore infinito - ha mormorato mammaRita -, grazie a tutti della vostra vicinanza». I genitori hanno sistemato i numerosi cesti di fiori nella cappella della famiglia Poggi e se ne sono andati silenziosamente. Discretamente vegliati dai carabinieri che tenevano d’occhio chiunque si avvicinasse. La letteratura in materia dice infatti che nel caso di delitti maniacali, come forse è quello di Chiara, spesso l’assassino si reca sulla tomba della vittima. Un’ipotesi che non viene trascurata.