Garrone rilegge il Gieffe come una cinefiaba cafonal

Ha spento il cellulare e ha imboccato l’«Acquario», l’area tecnica dove le telecamere riprendono i concorrenti del Grande Fratello 24 ore su 24, in ogni stanza. Incuriosito, ha scattato centinaia di fotografie anche in sala regia, dove 90 telecamere monitorano i reclusi di Cinecittà. Un Olimpo di plastica che ha già dato i suoi dèi: il vivo Luca Argentero, ancora sulla cresta dell’onda e il morto Pietro Taricone, «’o guerriero» per sempre. Matteo Garrone, insomma, il premiato regista di Gomorra, è preso dal mondo del reality, né radical, né chic, anzi, direttamente cafonal, ma comunque presente nella scena mentale collettiva. E per preparare Big House (titolo provvisorio), lui che si documenta come un notaio, ha chiesto alla Endemol, produttrice del GF, di arrangiare una visita laddove ragazze e ragazzi si lasciano frugare in ogni piega. Il fatto è che un suo parente, cercando lavoro, si è imbattuto nei provini del Grande Fratello, con quel tanto di grottesco e di surreale che ne deriva.
E ne è nato un racconto-testimonianza, che ha avvinto il nostro autore più promettente, atteso al varco con il suo nuovo film, a tre anni dal non ripetibile exploit di Gomorra. Per la prima volta infatti Garrone si cimenta con una commedia dal sapore di fiaba popolare, scansando fastidiosi confronti. «Se devo fare un paragone penso a Un volto nella folla di Elia Kazan» - anticipa al Giornale Massimo Gaudioso, storico sceneggiatore del team di Garrone, che lavora soltanto con i suoi fedelissimi. Qui, Maurizio Braucci e Ugo Chiti completano il consolidato trio di scrittura. E avremo anche camei con attori di Gomorra, come l’ex-fruttivendolo Ciro Petrone.
A oltre metà lavorazione, Big House - pronto nel 2012 e prodotto dalla Fandango, dalla Archimede di Garrone e da Rai Cinema, anche distributrice - gioca con l’elemento favolistico insito nelle storie all’apparenza normali. Girata in 11 settimane tra Roma e l'area vesuviana (da Barra Ponticelli e Ercolano; da Portici a San Giorgio a Cremano, posti dove il leghista Calderoli - a suo dire - andrebbe armato), l’erigenda commedia vede protagonista un trentenne saltafossi di oggi (lo sconosciuto Aniello Arena), che per campare fa anche il pescivendolo. La moglie (l’ignota Loredana Sinioli) condivide con lui una vita di stenti contemporanei, fatta di bisogni indotti e di illusioni, mentre il marito perde il senso della realtà, acquistando quello dei reality. Si ride amaro. «Partiamo da qualcosa di vero, come ne L’imbalsamatore, trasformando la vicenda realmente accaduta in una narrazione visionaria, man mano che il protagonista tramuta la sua passione per il piccolo schermo in ossessione pura», racconta Gaudioso. Dunque, non è tanto della fabbrica delle illusioni che si tratta, quanto dei sogni ingannevoli che ci avvolgono.
Meglio pigiare questo pedale, anzichè quello del mondo Vip di Corona e di Mora, come desiderava Garrone, quando frequentava la Costa Smeralda con la moglie Nunzia, vedova di camorra conosciuta sul set di Gomorra, giusto per approfondire il sapore del lusso, dell’ozio, dell’idiozia. «Se mi prendi nel tuo film, ti faccio vincere il torneo di Lele Mora»,gli buttò lì il gieffino Filippo Bisciglia, durante una serata. Ma l’Effetto Lucifero, come s’intitola il libro di Philip Zimbardo (Raffaello Cortina Editore), dimostrando che i reality e le dinamiche di simulazione tv trasformano gli uomini in bestie? «Nel film non ci sono messaggi sociologici: Garrone li aborre. Il finale da commedia, però, è amaro», spiega Gaudioso. Intanto, come in un gioco di specchi, Gomorra diventa una fiction e Big House la cinefiaba d’un reality, che confonde la testa ai pescivendoli.