GARY La vita arde sotto altre ceneri

Fu eroe di guerra, diplomatico, cineasta. Torna in Italia il suo capolavoro, scritto col nome di un nipote. Un canto dedicato agli albori della Francia multietnica

Il colpo di pistola con cui Romain Gary si bruciò le cervella un quarto di secolo fa, il 3 dicembre 1980, fece scalpore ma non rumore. Eroe di guerra, diplomatico, viaggiatore, cineasta, tombeur de femmes, vincitore di un Goncourt, nel mondo letterario francese Gary era considerato un sopravvissuto, una gloria nazionale onusta ma ormai patetica, un romanziere a fine corsa, senza più nulla da dire. Il colpo di scena con cui, pochi mesi dopo e secondo le sue disposizioni testamentarie, si seppe che Émile Ajar, il romanziere più promettente degli anni Settanta, il vincitore, cinque anni prima, del Goncourt con La vie devant soi (che ora Neri Pozza ripresenta al pubblico italiano, La vita davanti a sé, pagg. 224, euro 11,50), l’inventore di uno stile gergale da banlieu e da emigrazione, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, altri non era che lui stesso, ebbe invece l’effetto del tuono. In odio a sé, Romain Gary si era finto un altro da sé. Ma qual era quello vero?
«Per essere qualcuno bisogna essere molti» aveva fatto dire al protagonista di quel romanzo, il piccolo Momo. «Sono sempre stato un altro» stava scritto nel suo testamento Vie et mort d’Émile Ajar. «Ho avuto in sorte un destino troppo breve» si era lamentato con Jean-Paul Enthoven, che a Gary ha dedicato, anni fa, un capitolo commosso del suo Les enfants de Saturne (Grasset), i figli della malinconia, gli adepti della sidus triste, l’amara stella dell’umor nero. Nel venticinquennale della morte, fra riedizioni critiche come quella appunto di Enthoven, e nuove biografie, la Francia torna a interrogarsi su questo suo figlio scapestrato e brillante, impetuoso e infelice, amato eppure sottovalutato.
Nato nel 1914 in Lituania, figlio di un’attrice di scarso talento e di Ivan Mosjouskine, la più celebre vedette, con Rodolfo Valentino, del cinema muto, a trent’anni Gary è già una leggenda. Dal padre, che non ha mai conosciuto, ha ereditato la sindrome del protagonista: «Ho bisogno di un pubblico per dare il meglio di me stesso» confesserà in La promesse de l’aube, l’autobiografia romanzata che lo consacra al successo.
Nella giovinezza di Gary ci sono tutti gli elementi per spiegarne la maturità e la decadenza, la voglia di emergere e la paura di essere dimenticato, l’ansia di stupire e la noia nel riuscire. In russo Gari significa «brucia», così come Ajar, il suo ultimo pseudonimo, nella stessa lingua indica «la brace». Le brasier ardent, «il braciere ardente», si intitolava il grande film non riuscito di Mosjouiskine (vedendo il quale però Jean Renoir decise di abbandonare la ceramica per il cinema), il padre mai visto che nelle sue memorie scriverà: «Bisogna vivere più vite possibili. Bruciare dieci esistenze contemporaneamente». Adolescente, Romain riempie i quaderni con nomi di fantasia, ma nessuno gli sembra all’altezza del suo genio e dell’orgoglio materno: Armand de la Torre, Vasco de la Fernaye, Roland de Chanteclerc, Romain de Mysore... La madre sorveglia e consiglia: «Meglio togliere il “de” nobiliare, dovesse esserci una rivoluzione anche in Francia... ». E allora, Roland Campeador, Romain Cortés, Alain Brisard... Anni dopo, quando sentirà alla radio l’appello del generale de Gaulle avrà un moto di stizza: che bel nome sarebbe potuto essere per lui...
L’incontro con de Gaulle gli segna la vita. Quando scoppia la guerra Gary ha 26 anni, ha fatto mille mestieri, scritto qualche novella, raccontato tante bugie. Il servizio militare lo presta in aviazione, ma, essendo naturalizzato da poco, invece che ufficiale lo nominano caporale. Mentre l’armata si sfascia e la vergogna monta, l’ebreo russo che, complice sua madre, ha scelto la Francia come terra d’elezione, non ce la fa a vederla prima sconfitta, poi «alleata» con la Germania hitleriana. È una scelta istintiva, anche se per molti versi obbligata. La vecchia Francia libera l’ha accettato, ma con riserva: la nuova Francia occupata difficilmente gli spalancherà le porte. In La nuit sera calme, il libro-intervista in cui riassume la sua vita, Gary darà del suo sì a de Gaulle un’interpretazione nobile ma un po’ artificiosa: «Era la debolezza che dice “no” alla forza, l’uomo solo nella debolezza assoluta che a Londra diceva “no” alle più grandi potenze del mondo, “no” allo schiacciamento, “no” alla resa. Era per me la condizione umana in quanto tale: il rifiuto di cedere è la sola dignità che possiamo pretendere».
Per il giovane Romain, scrittore senza editore, aviatore senza aviazione, avventuriero senza avventure, la Francia così com’è è una tomba e finirebbe per rimanervi seppellito. Mentre la Francia come potrebbe essere, quel barlume, quell’aborto di coscienza e di reazione che da fuori sembra sbocciare, è la poesia dell’azione, il regno del possibile, il luogo dove reinventarsi e recitare un’altra vita. Senza esitare e senza pensare, la sente come propria.
Dalla guerra Gary avrà tutto: quando finisce ha appena trent’anni, è già un eroe con annessa Legion d’onore, ha scritto un libro di racconti, Éducation européenne, giudicato da Sartre il miglior testo sulla Resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Sofia, Berna, l’Onu come portavoce della Francia, il consolato generale a Los Angeles. Ma già teme di essere una sorta di sopravvissuto: è arrivato come una meteora, e come una meteora può scomparire, lasciando il ricordo di una luce, ma non il calore di un’idea.
Vent’anni dopo, al giovane Bernard Henri-Lévy che va da lui per farsi raccontare (ancora... ) le avventure di guerra o la parentesi hollywoodiana - marito di una diva del cinema, regista, amico dello star system - Gary replica con rabbia mista a scoramento: loro si beano del grado zero della scrittura, dello strutturalismo... ma lui ha scritto Pour Sganarelle, un saggio in più volumi sul perché della letteratura, sul senso del romanzo... «Nessuno ne parla, nessuno lo cita, nessuno prende le mie idee sul serio». In questo lamento c’è la confessione di un fallimento. E però come si fa a definire fallito uno scrittore che nel 1956, quando ancora l’ecologia non esisteva, ha vinto il Goncourt con Les racines du ciel, primo romanzo ecologista, che nel ’60 ha immortalato se stesso con la Promesse de l’aube, che nel ’62 ha sposato Jean Seberg, il sogno fatto realtà di Bonjour tristesse, la sregolatezza romantica di A bout de souffle?
Il dramma di Gary è che le interpretazioni successive a quelle del trionfo bellico sempre da quest’ultimo sono viziate. Consapevole o no, sempre in quel filone vanno a finire. Quel trionfo è il cilicio che suo malgrado si ritrova a indossare. L’alba della vittoria non ha mantenuto le sue promesse e occorre fare i conti con le disillusioni del presente. Non contento de suoi doni di romanziere, quei conti, che sono poi conti ideologici, Gary prova lo stesso a farli. In Les couleurs du jour, una specie di romanzo manifesto del Gary-pensiero, prova a risolverli. Scrittore prestato alla politica e alla diplomazia, non ha alle spalle una visione del mondo e della storia cui appoggiarsi, e gli manca quel superomismo e quell’individualismo assoluto che permette a un Malraux di identificarsi in un’ideologia mantenendo però intatta la propria autonomia. Così si affida alla dignità dell’essere umano, ne difende i margini e gli spazi. È, la sua, un’etica della debolezza, della femminilità del mondo... Una posizione nobile, certo, non fosse che il più debole non è necessariamente il più buono, né il migliore.
Tra gli anni Cinquanta e i Settanta Romain Gary scrive una ventina di libri, passa dalla diplomazia alla macchina da presa, è un personaggio internazionale. È una vita piena la sua, e la si può anche definire nuova a petto di quella che da giovane ha vissuto con orgoglio e partecipazione. E però, come nota uno dei protagonisti di Les couleurs du jour, «non si vive che una volta», dopo si fa solo finta. A 46 anni può già scrivere la propria autobiografia: «La vita è giovane. Invecchiando si fa durata, tempo, addio. Vi ha preso tutto e non ha più niente da darvi. Sono stato vinto, ma non ho imparato nulla: né la saggezza, né la rassegnazione». E ancora: «La verità muore giovane. Non baro con me stesso, so che per l’essenziale sono stato e non sarò più».
Il matrimonio con Jean Seberg è del ’62. Fra i due passano vent’anni, ma lei, che al successo è arrivata a 17, a 24 è già finita. Non è mai stata una grande attrice, ma con due film ha incarnato un’epoca. Adesso cerca di rifarsi con l’impegno politico, si identifica con il movimento delle Pantere nere, psicologicamente è instabile, l’alcol e la droga le servono per andare avanti. È l’unione fra due sconfitti. Ancora in Les couleurs du jour, che è di dieci anni prima, Gary l’aveva già raccontata: «La grazia è sempre dalla parte dei poveri. Un tempo si manifestava ai pastori, agli umili pescatori, alle prostitute. Oggi non sono loro i più calunniati, i più disprezzati. Oggi bisogna andare a cercare una diva di Hollywood e un vecchio uomo di sinistra non comunista per fare il pieno del disprezzo, delle umiliazioni, delle calunnie. Noi la grazia l’abbiamo tentata: abbiamo attirato la sua attenzione per l’odio e gli insulti di cui siamo oggetto».
Finché dura, otto anni, è un matrimonio a suo modo felice, quando finisce non lascia strascichi d’odio, ma un figlio in comune e una certa tenerezza. Se Romain ha cercato con esso di fermare il tempo, in termini di immagine l’ha pagata cara. Lei è divenuta un personaggio sempre più patetico e la spazzatura giornalistico-mondana, sapientemente manovrata dall’Fbi, che si ostina a vedere in quella donna non una sbandata ma una pericolosa terrorista, ha finito per sporcare anche lui.
Comincia allora il terzo e ultimo tempo di una recita che dura ormai da quasi un trentennio. Gary ha ancora un suo pubblico, ma non ha più il plauso e l’interesse della critica. Gli anni ’60 hanno decretato la morte del romanzo, e lui si ostina a scriverne come se niente fosse accaduto. La contestazione ha scosso l’edificio del potere gollista, e lui è identificato con l’immagine di una Francia guascona e coccardiera che non c’è più. Il socialismo dal volto umano potrebbe essere il suo, ma lui l’ha detto troppo presto, e in politica essere dei precursori vuol dire avere torto.
È allora che Gary compie il suo capolavoro. Inventa un nome, Émil Ajar, gli presta un’identità, quella di un suo nipote, scrive La vie devant soi. Vent’anni prima di Pennac e degli scrittori dell’immigrazione araba, ecco la storia di Momo, ragazzino nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia ebrea, Madame Rosa. È un romanzo toccato dalla grazia, l’esistenza vista e raccontata con l’occhio innocente di un bambino. «Cos’è una puttana?». «Gente che si difende con il proprio culo?». «Gli incubi sono i sogni quando invecchiano». «È ingiusto restare in vita solo perché si soffre». «Se c’è una cosa che mi riesce bene è correre. Nella vita non ne puoi fare a meno». Libero, per la prima e unica volta, dal suo passato, Gary può dare sfogo al suo piacere di narratore. «Ciò che resta nei vecchi è la loro giovinezza» fa dire al piccolo protagonista che la vecchia Rosa diminuisce d’età per paura di essere lasciata sola: «Non volevo che diventassi grande troppo in fretta». Non ci sono idee da difendere, valori da mostrare, temi ideologici da svolgere, scelte esistenziali e politiche da spiegare. È la narrazione allo stato puro. Vince un altro Goncourt per questo romanzo, ma per statuto si può essere premiati solo una volta e lui, che nella istituzione letteraria vede un simbolo di quella Francia che ancora lo mette in soggezione, non se la sente di imbrogliare... Costringe il nipote a rifiutarlo, decisione che nessuno capisce e che getta ancora più confusione su questa falsa-vera identità.
In Vie et mort d’Émile Ajar, il suo testamento letterario, Gary sosterrà che un buon critico avrebbe dovuto capire che Ajar era lui, tante, troppe tracce rimandavano all’originale. È il suo modo per dire che la critica non sa fare il suo mestiere, non l’ha mai saputo fare. Sarà anche vero, ma ciò prova soltanto che Gary crede ai critici più di quanto questi non credano agli scrittori. Gli sfugge, comunque, che per scrivere il suo romanzo più bello ha dovuto fare tabula rasa su tutta la sua vita precedente. Il Gary più riuscito, più interessante, è quello mai esistito. Quando si dice una vita bruciata.