«Gas e petrolio ci danneggiano: rallentano il nostro sviluppo»

Provocatoria tesi di Vladimi Mau, rettore della prestigiosa Accademia dell’economia nazionale di Mosca

nostro inviato a Mosca

Il petrolio? Il gas? Le materie prime? Una benedizione della Natura che tutto il mondo invidia alla Russia. Eppure a Mosca, c’è chi pensa che in realtà sia una maledizione, la peggiore che possa capitare a un Paese. E a formularla non è uno Zhirinovsky qualsiasi, né qualche eccentrico opinionista televisivo, ma uno dei più autorevoli economisti del Paese: Vladimir Mau, rettore della prestigiosa Accademia dell’economia nazionale di Mosca. Ci riceve nel suo ufficio. Alla parete è appeso un ritratto di Vladimir Putin, a testimonianza che questa è un’università statale, ma ciò non gli impedisce di esprimere valutazioni originali, non sempre gradite al Cremlino.
Professor Mau, perché il gas e il petrolio sono negativi per la Russia?
«Molto semplice: perché ritardano lo sviluppo reale dell’economia. Creano l’illusione della ricchezza e soprattutto scoraggiano le riforme strutturali necessarie per rendere davvero competitivo il Paese. Le dirò di più: se il prezzo del petrolio e del metano restano alti ancora per un paio di anni, le conseguenze economiche saranno molto gravi».
Eppure oggi la Russia è un Paese talmente ricco da potersi permettere di ripagare il debito con l’estero. Otto anni fa lo Stato era in fallimento...
«Le entrate generate dalle materie prime danno stabilità politica, ma protraggono le inefficienze del sistema. Prenda colossi come Gazprom: i suoi profitti stratosferici sono dovuti solo all’aumento del prezzo del metano, ma in realtà è una società che non è trasparente e che spreca un sacco di soldi, perché è ancora controllata dallo Stato. Tante altre società legate al settore energetico smettono di fare ricerca e rafforzano posizioni privilegiate. Quando manca la spinta al cambiamento il sistema smette di evolvere».
E in quale direzione dovrebbe andare la Russia?
«Paradossalmente, ed è molto positivo, già oggi il 50% del prodotto interno lordo è generato dai servizi: quella è la via. Per la Russia è troppo tardi per trasformarsi in una potenza industriale, deve diventare un’economia post-industriale, non dissimile da quelle europee».
Ma la storia economica europea è assai diversa da quella russa...
«Meno di quanto si pensi. La Russia di oggi mi ricorda molto quella italiana di qualche anno fa. Negli anni 50 e fino alla fine degli anni 80 anche voi italiani avevate un sistema imperniato su un partito dominante (la Dc) e tanti piccoli partiti. Qui avviene lo stesso. Lo Stato interferiva nell’economia? Certo. C’era corruzione? Sì. Ma forse oggi non c’è corruzione in Italia? Eppure il vostro processo di adeguamento all’economia mondiale non si è fermato. Lo stesso avverrà in Russia».
D’accordo, ma oggi il Cremlino controlla molti settori economici cruciali, in Italia no...
«Certo, ma ancora una volta è una questione di prospettiva: anche la Gran Bretagna del dopoguerra aveva nazionalizzato le sue industrie strategiche. La differenza è che allora tutti pensavano che quelle misure fossero immutabili, mentre in Russia oggi tutti sanno che sono transitorie».
Quando l’economia di mercato riprenderà il sopravvento sul capitalismo di Stato?
«In alcuni settori ciò è già avvenuto: esclusi quelli stategici, l’economia è stata totalmente liberalizzata. E comunque io penso che l’influenza dello Stato sia negativa. Meno il governo interferisce nell’economia meglio è per la società civile. Soprattutto in Russia».
Ma dagli zar al comunismo, lo Stato ha avuto sempre un ruolo centrale?
«In Europa voi pagate le tasse perché vi aspettate che lo Stato garantisca certi servizi. Da noi, a partire dal XIII-XIV secolo si pagavano perché il governo non interferisse sul territorio. Si metteva mano al portafoglio per tenere alla larga l’autorità. La mentalità oggi non è cambiata. E infatti i russi sono d’accordo che chi più guadagna, meno imposte dovrebbe pagare; e provvedere da solo ai servizi di cui ha bisogno: scuole, servizi sanitari, trasporti. Anche se non sembra, i russi sono dei veri liberisti».
marcello.foa@ilgiornale.it
(2.fine)