Gas, l’Eni raddoppia in Asia centrale

da Milano

Accordo fatto tra Eni, la russa Gazprom e il Kazakhstan per ampliare lo sfruttamento di uno dei più grandi giacimenti petroliferi al mondo, quello di Karachaganak, nel nord ovest del Kazakhstan. L’accordo prevede che l’Eni (assieme a British Gas) raddoppi le consegne di gas naturale prodotto dai giacimenti kazakhi al consorzio Kazrosgas, formato dall’Ente di Stato kazakho e da Gazprom. In sostanza, oggi l’Eni vende a Gazprom circa 8 miliardi di metri cubi l’anno di gas, nel 2012 questa quantità sarà raddoppiata a 16 miliardi di metri cubi.
A Karachaganak si estrae principalmente greggio, circa 110mila barili al giorno la sola quota Eni, a cui è associato un gas «sporco» di zolfo. Così il metano viene trasportato in Russia attraverso una condotta fino alla città di Orenburg, dove il più grande stabilimento europeo di questo tipo lo depura e lo immette nelle condotte che lo convoglieranno attraverso la Russia fino ai mercati europei. «È un accordo importante, sulla base di questo contratto il consorzio con Bg potrà avviare la fase tre dello sviluppo di Karachaganak - ha detto al Giornale il direttore generale dell’Eni, Stefano Cao - con investimenti aggiuntivi nel 2012 potremo arrivare a una produzione giornaliera di 190mila barili». Il giacimento dispone di riserve per 5 miliardi di barili, che con i nuovi investimenti potrebbero aumentare di altri due miliardi. Oggi la produzione globale (quindi non solo Eni) è di circa 385mila barili al giorno.
«Al momento l’unico compratore possibile per il gas kazakho è Gazprom: è infatti il solo a disporre dei gasdotti e dell’impianto di depurazione» ha fatto notare Cao. O si passa di lì, o niente. Gazprom e Kazakhstan, tra l’altro, si sono impegnati a investire mezzo miliardo di dollari per ampliare le attrezzature per la lavorazione del gas a Orenburg. Avere un unico acquirente vuole anche dire avere scarsi margini di manovra sul prezzo del gas, che attualmente è (stando almeno ai «si dice») intorno ai 14 dollari per mille metri cubi, ma che dovrebbe salire a 40 una volta a regime.
Piuttosto la partita si giocherà un domani su un altro fronte: quello dei gasdotti alternativi. Il contratto firmato ieri con Gazprom e Kazakhstan prevede una durata di 15 anni: giusto il tempo per impostare un lavoro di lungo termine. E le possibilità sono due. La prima è costruire un gasdotto che attraversi il Caspio, raggiunga l’Azerbaijan e di lì prosegua fino alla Turchia, più o meno come fa già l’attuale oleodotto Baku-Cheyan. Il problema sta nei rapporti internazionali: la Russia considera il Caspio un «lago» e se è un «lago» per fare qualsiasi opera ci vuole il consenso di tutti i Paesi rivieraschi, compreso quello di Mosca. Che finora non l’ha dato, restando così di fatto l’unica via d’uscita per il gas. La seconda possibilità, su cui stanno puntando non solo il Kazakhstan, ma anche Turkmenistan e Uzbekistan, è quella di un gasdotto verso la Cina. Il problema, qui, è quello del costo, perché il percorso è lunghissimo. Ma è superabile perché il mercato cinese ha una fame enorme di energia. E a questo punto Mosca potrebbe essere spinta a considerare il Caspio un «mare», perché comunque il suo monopolio andrebbe perso. E tanto varrebbe non urtarsi con i Paesi confinanti. Il «grande gioco» dei gasdotti e degli oleodotti è solo all’inizio, ma promette di riservare ancora degli sviluppi interessanti. Ci vorranno anni ed enormi investimenti: l’oleodotto Baku-Cheyan, che è lungo 1.700 chilometri e trasporta un milione di barili al giorno, ha richiesto una spesa di 4 miliardi di dollari e 5 anni di lavoro. Un gasdotto che partisse dal Kazakhstan costerebbe sicuramente molto di più, ma permetterebbe di «fare un prezzo» del gas più vicino al mercato. Secondo l’Eni con l’accordo di ieri sono anche emerse le cose «non dette» nel servizio televisivo di Report che metteva sotto accusa la politica del gruppo e su cui l’Eni ha annunciato querela, confermando che darà battaglia in difesa dei suoi uomini, a partire dal proprio rappresentante a Mosca.