Gas libico, ecco perché l'Italia non ha sbagliato

L'Eni chiude il gasdotto libico, ma l'Italia non rischia la paralisi energetica. Merito della scelta del Cav di fare accordi con Putin e diversificare le fonti da cui dipendiamo

L’Eni ieri ha chiuso il gasdotto libico Greenstream. Di gran fretta e con molte buone ragioni, considerato che la Libia è in preda a una guerra civile e che in mattinata gruppi di ribelli avevano annunciato di voler boicottare le forniture all’Italia. Non dovrebbero esserci ripercussioni sulle forniture di metano alle famiglie italiane, come ha assicurato il governo, mentre l’Eni afferma che non dovrà nemmeno ricorrere alle riserve strategiche. Evidentemente è sufficiente aumentare gli approvvigionamenti da altri Paesi per scongiurare ripercussioni significative sulla nostra economia. C’è preoccupazione, ma non allarme, né panico.

Bene così, ma non si può non ampliare la riflessione con un sguardo al passato e uno al futuro. Come sta l’Italia sull’energia. Malissimo, come noto. Importiamo il 92% del petrolio e l’87% del gas. Siamo fragili e ricattabili.
Per inciso: gli avvenimenti di queste ore in Libia dovrebbero spazzare via i dubbi di chi ancora diffida dell’energia atomica. Avanti, con le centrali, in assenza di valide alternative. Ma i tempi, si sa, sono lunghi e saranno necessari molti anni prima che l’Italia possa contare su quote significative di energia «autarchica».
E allora non resta che la diversificazione.

E in quest’ottica, fortunatamente, non abbiamo nulla da rimproverarci. Anzi. Chi, nelle scorse settimane, ha criticato Berlusconi per l’amicizia con Putin e storto il naso alla firma dell’accordo tra Eni e Gazprom per la costruzione del gasdotto South Stream, oggi dovrebbe ricredersi o perlomeno riflettere sull’opportunità di leggere tutto sempre solo in chiave di politica interna. Se i giacimenti si trovano in un Paese retto da un regime dittatoriale o autoritario o comunque poco democratico, gli Stati occidentali non hanno scelta e devono scendere a patti. Gli Emirati arabi, come abbiamo visto in questi giorni in occasione delle proteste a Manama, non sono certo più liberi dell’Egitto di Mubarak. E l’Arabia Saudita in tema di diritti umani ha un curriculum da spavento; eppure sono entrambi alleati fedelissimi (e indisturbati) degli Stati Uniti.

L’Italia ha stretto accordi con chi ha potuto, considerando la prossimità geografica. E, negli ultimi anni, ha ignorato le pressioni europee e soprattutto americane, che sui gasdotti avevano altre priorità. Enrico Mattei aveva capito, con straordinaria preveggenza, che la fedeltà agli alleati non può prescindere dagli interessi strategici nazionali; e fino ad ora la linea da lui indicata non è stata abbandonata. Il fondatore dell’Eni morì 25 anni prima del referendum sul nucleare, eppure già negli anni Cinquanta indicava nella diversificazione una priorità per il nostro Paese. Oggi le importazioni di gas sono così ripartite: il 36% dall’Algeria, il 29% dalla Russia, il 12% dall’Olanda, il 7% dalla Norvegia e solo il 10% dalla Libia. Non siamo appesi a un solo Paese e, pertanto, solo in presenza di una crisi simultanea in Algeria e in Russia l’Italia si troverebbe davvero in difficoltà. Se l’Iran non fosse governato dagli ayatollah oltranzisti, la ripartizione delle fonti sarebbe verosimilmente migliore. Più fornitori, meno rischi. Per il gas come per il petrolio.

E quanto sia sensibile la partita energetica lo dimostrano i file del governo americano pubblicati l’altro giorno da Repubblica, leggendo i quali abbiamo appreso che Hillary Clinton ha ordinato alla Cia di indagare sugli accordi energetici tra Italia e Russia. A conferma che ognuno pensa, innanzitutto, a se stesso. Anche l’Italia. Per fortuna.