Gas, Mosca straccia l’intesa: rubinetti chiusi

Prosegue la guerra del metano. Putin: "L’Ucraina ha inserito clausole che non rispettano gli accordi".
Kiev tenta di rassicurare Barroso: siamo pronti a firmare nuovamente. Oggi summit straordinario a Bruxelles

I rubinetti da cui sgorga il gas russo restano chiusi, ma l’Ucraina è pronta a firmare nuovamente l’accordo con la Russia. A riferirlo un portavoce della Commissione Ue spiegando che il presidente José Manuel Barroso ha chiamato il primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko. Per ora, comunque, i rubinetti sono ancora sigillati dal gelo diplomatico sceso ieri tra Mosca e Bruxelles a neppure 24 ore dall’accordo sull’invio di osservatori europei per controllare i gasdotti ucraini. Dell’intesa, destinata a mettere in pausa il braccio di ferro tra Russia e Ucraina provocato dal mancato pagamento di buona parte delle forniture di metano da parte di Kiev, i russi hanno fatto carta straccia. Il motivo: gli emendamenti che gli ucraini avrebbero apportato al documento, senza concordarli con le parti in causa. «Siamo costretti - aveva spiegato il presidente russo Dmitry Medvedev - a considerare il documento firmato non valido. E così sarà finché queste condizioni non saranno rimosse o revocate dall’Ucraina». In una successiva telefonata al presidente Barroso, il premier Vladimir Putin ha precisato la posizione del Cremlino, ricordando come le modifiche di Kiev risultino oltremodo inaccettabili non essendo legate ai problemi di transito del metano russo sul territorio ucraino, ma piuttosto ai rapporti commerciali tra Gazprom e Naftogaz.

L’Europa resta insomma tra l’incudine e il martello, vittima di una situazione caotica che rischia di lasciare ancora per giorni senza gas Paesi come Bulgaria e Moldova, i più colpiti dalla crisi. Tecnicamente, occorrono un paio di giorni dopo la riapertura dei rubinetti prima che il metano russo arrivi in Europa. E con la nuova crisi è impossibile fare previsioni su quando potrà riprendere regolarmente l’afflusso di gas verso il Vecchio continente. Bruxelles, infatti, ha subito reagito. Con una nota, la Commissione Ue aveva affermato di aver ricevuto ieri pomeriggio il testo di una dichiarazione ucraina «che è un misto tra l’accordo firmato la scorsa notte e, in alcuni casi, un’interpretazione da parte ucraina di cosa è stato concordato».
Già all’inizio della giornata c’erano stati segnali di un possibile intoppo. I rubinetti di metano ritardavano a essere riaperti. Un rallentamento motivato dalla Russia in due punti: il mancato ricevimento di una copia del documento d’intesa firmato nella capitale ucraina nella notte di sabato; il fatto di non aver avuto in anticipo le generalità dei «sedicenti osservatori europei» che si erano presentati alle frontiere. Argomentazioni considerate pretestuose da Bruxelles, al punto da far scattare un ammonimento: «Non c’è più alcun motivo per ritardare ulteriormente il ripristino delle forniture di gas», faceva notare la Commissione Ue. Secondo la quale gli osservatori, ormai sul campo, sono già nelle condizioni di operare. Qualche ora più tardi, il nuovo colpo di scena che ripropone uno scenario di emergenza che sarà affrontato oggi in un vertice straordinario dei ministri dell’Energia Ue, concentrato anche sul tema della diversificazione energetica. Intanto, anche la Russia lamenta danni: Putin ha spiegato ieri che a causa del fermo-metano Gazprom ha perso 800 milioni di dollari. Putin ha anche invitato l’Ue a concedere un prestito all’Ucraina per saldare il proprio debito. Con l’aria che tira, suona come una provocazione.