Gas russo e caro-petrolio:

Per molti consumatori sarà una magra consolazione. Ma l’impennata del prezzo del petrolio almeno un effetto positivo potrebbe averlo. Quello di costringere la classe dirigente a darsi una scossa e riflettere sulle scelte che l’Italia sta facendo in campo energetico: un settore dove l’ideologia e la demagogia rischiano - economicamente parlando - di fare più danni di Cernobil.
Prendiamo l’energia elettrica. Come sappiamo, in Italia la bolletta è salata. Anzi le aziende e le famiglie italiane pagano la corrente più della gran parte degli altri cittadini europei. E nei prossimi mesi andrà anche peggio. Come mai? Secondo un’opinione diffusa, avallata da tanti e autorevoli pronunciamenti dell’Authority, è colpa della scarsa concorrenza. Insomma i prezzi dell’energia sono alti soprattutto perché, a differenza di quanto è accaduto nella telefonia, non c’è ancora un vero mercato dove diversi operatori si confrontano e si fanno la guerra a suon di sconti e offerte. Spiegazione ineccepibile in linea teorica. Ma che non dice tutto. Infatti uno dei Paesi europei dove l’energia costa di meno è la Francia dove non esiste neppure un briciolo di concorrenza. Una famiglia parigina con un consumo medio-alto paga un kilowattora 11,4 euro, contro i 19,3 di una italiana. Circa il 40% in più. Eppure Oltralpe c’è un unico padrone dell’energia: lo Stato che controlla le centrali nucleari e l’intero settore. Cosa vuol dire? Che alla fine è meglio lo Stato-padrone e che il già lento processo di liberalizzazione in Italia va bloccato o frenato? Nient’affatto, deve proseguire. Ma occorre avere consapevolezza di quali sono le vere priorità del Paese e intorno ad esse orientare - e se necessario riscrivere - l’agenda politica e legislativa. Oggi il 45% della nostra elettricità viene generata utilizzando il greggio. Solo il 36% sfruttando gas e carbone, mentre il restante 19% arriva dalle cosiddette fonti rinnovabili. In nessun’altra nazione europea la dipendenza dal petrolio è così alta. Questa è la principale ragione per cui i prezzi difficilmente potranno scendere. E se, a destra come a sinistra, non si affronta con decisione il problema, andrà sempre peggio. L’Italia, rinunciando al nucleare, ha già pagato un prezzo molto alto. Non può continuare ad essere ostaggio di un ambientalismo emotivo e irresponsabile. Restare al verde per colpa dei verdi è un lusso che non possiamo permetterci.
Ma c’è anche un’altra partita energetica che ha bisogno di una scossa: quella del gas naturale. In base alla legge Marzano del 2003 l’Eni dovrà cedere entro il luglio 2007 il controllo di Snam Rete gas, la società proprietaria dei tubi che portano il metano nelle nostre case. L’obiettivo è chiaro: ridurre la presenza dominante dell’Eni e aprire il settore ad altri operatori. Perfetto. Senonché il rischio, nelle attuali condizioni, è che si cada dalla padella nella brace. . In un Paese come l’Italia il gas, infatti, può arrivare in due modi: attraverso i metanodotti o via mare. In questo caso il gas viene reso liquido, caricato sulle navi e inviato al Paese consumatore che lo rigassifica e lo usa. L’Italia ha un solo, piccolo rigassificatore vicino a La Spezia. Tanto per fare un confronto la Spagna ne ha già quattro e ne sta costruendo altri due. Da noi i tentativi di creare impianti di questo tipo sono per ora miseramente naufragati (clamoroso il caso di Brindisi) per i soliti veti incrociati di verdi ed enti locali. Quindi, per ora, dobbiamo affidarci ai metanodotti. I nostri principali fornitori sono la russa Gazprom (che garantisce da sola quasi un terzo del nostro fabbisogno), gli algerini di Sonatrach e, in misura minore, la Libia di Gheddafi. Ora proprio Gazprom si è candidato ad acquistare Snam Rete Gas. I russi non fanno mistero di voler mettere le mani sulla società che l’Eni dovrà cedere entro il luglio 2007. Nulla glielo impedisce: sono i principali produttori del mondo, hanno tanti soldi e possono quindi pagare molto e bene. Si tratta di capire però quanto sia interesse dell’Italia - delle sue aziende e dei suoi consumatori - che ciò accada. L’insidia è evidente: per ridurre il ruolo egemonico dell’Eni rischiamo di consegnare ai russi una formidabile posizione dominante nel ricco mercato del metano in Italia. È questo che vogliamo? È questo che ci serve? Abbiamo qualche ragione di dubitarlo. E lei ministro Scajola? Non sarebbe forse il caso di ripensare la legge Marzano?