Gas russo, l’Europa ancora sotto ricatto

Mosca minaccia la Bielorussia di chiudere i rubinetti del metano che transita verso Occidente se Minsk non accetta di pagare un prezzo quadruplicato

Puntuale, con la fine dell’anno arriva il ricatto energetico. Nel 2005 toccò all’Ucraina e l’Europa rischiò di restare a secco in pieno inverno, ora Mosca se la prende con il Paese che fino a poco tempo fa era considerato l’alleato più fedele: la Bielorussia. E ancora una volta l’Unione europea non può sentirsi al riparo: i gasdotti di Minsk portano un terzo del metano rispetto a quelli ucraini, ma riforniscono la Germania e la Polonia. E se questi due Paesi dovessero riscontrare problemi di approvvigionamento, anche il resto della Ue subirebbe ripercussioni. Insomma, non possiamo stare tranquilli.
Il diktat del Cremlino è netto ed è rivolto anche alla Georgia, la Repubblica caucasica legata agli Usa che da tempo Putin tenta di riportare nell’orbita russa. O accettano di pagare il metano 200 dollari per mille metri cubi o il primo gennaio 2007 la Gazprom chiuderà i rubinetti. Tbilisi finora pagava 110 dollari; dunque il prezzo viene quasi raddoppiato. Minsk beneficiava di una tariffa di favore, pari a 47 dollari; l’incremento richiesto è addirittura di quattro volte. E se si considera che la richiesta si accompagnerà all’introduzione di dazi sul petrolio (che finora era esentasse), appare chiara l’intenzione di Putin di piegare il suo omologo Lukashenko, che grazie ai profitti sulla vendita del greggio (rivenduto ai Paesi Ue a prezzi di mercato), manteneva in piedi l’ultimo Stato autenticamente socialista d’Europa. La perdita è stimata a due miliardi di dollari e se si considera la sovrafattura sul gas siberiano, è evidente che la Bielorussia rischia il fallimento.
Già, ma perché tanto astio? Per ragioni innanzitutto politiche e in parte economiche. Iniziamo dalle prime: sui tavoli del Cremlino è aperto da molto tempo un dossier a cui a lungo nessuno ha prestato attenzione, ma che improvvisamente è diventato prioritario: quello dell’unione tra Russia e Bielorussia. È questa la via che Putin ha individuato per restare al potere legalmente. Nel marzo 2008 scade il suo secondo mandato, che secondo la Costituzione non è rinnovabile. Ma se Mosca e Minsk decidessero la fusione, potrebbe essere eletto come primo presidente del nuovo Stato. Il problema è che Lukashenko dapprima ha detto sì, ma quando ha capito che nel nuovo organigramma avrebbe avuto un ruolo marginale, si è ricreduto: preferisce essere il padre-padrone di un Paese da 10 milioni di abitanti, che nel marzo scorso lo ha rieletto con l’82% delle preferenze, che un signor nessuno all’ombra del Cremlino. Per nove mesi Putin ha tentato di convincerlo, ora ha deciso di passare alle maniere forti, consapevole che se Lukashenko resiste ancora qualche mese il progetto presidenziale non potrà essere realizzato.
I motivi finanziari sono correlati, ancora una volta, alla Gazprom, il colosso del gas, controllato dallo Stato. I profitti accumulati negli ultimi anni grazie agli stratosferici prezzi energetici non bastano più al numero uno della società, Miller, che ha deciso di puntare su un altro lucroso business: quello della distribuzione del metano. Come già avvenuto parzialmente in Ucraina, la Gazprom pretende di acquisire il 50% della Beltransgaz e offre due miliardi. Una proposta giudicata inadeguata da Lukashenko che provocatoriamente ne ha chiesti diciasette. Non vuole proprio cedere. Fino a quando?