Gaslini, storia di amore e di medicina

«La cicogna di Alessio» (arrivata al Gaslini circa 10 anni fa) è il diario di un neonato scritto dal Direttore emerito del Centro di Patologia e Terapia Intensiva Neonatale dell'Istituto Giannina Gaslini di Genova - professor Giovanni Serra - il quale, assieme a tutta la sua equipe ospedaliera, ha avuto in cura il bimbo dal suo arrivo - dalla rianimazione di San Martino, appunto con l'ambulanza «cicogna» -, fino alla sua dimissione, poco più di 3 mesi dopo. Alessio era venuto alla luce all'età gestazionale di 8 mesi da una giovane mamma caduta in coma profondo per grave emorragia cerebrale, tra i sei e sette mesi di gravidanza. Caso eccezionale legato a uno stato comatoso peggiore di quello di Eluana Englaro, alla quale tutti abbiamo pensato con tanta trepidazione fino a quando - dopo la decisione d'interromperle le cure - naturalmente si è spenta. Anche l'epilogo della vita della mamma di Alessio, deceduta poco dopo aver partorito il bambino, non lascia senza inquietanti pensieri su come l'uomo possa continuare a vivere in questi stati di coma e cosa invece l'altro uomo, quello preposto alle sue cure, possa decidere per lui. Queste situazioni cliniche, come correntemente si dice, presentano l'elettroencefalogramma piatto. Ma ciò non vuol dire che apparecchiature più evolute non possano un giorno farci scoprire qualcosa di profondo che continua a pulsare, con tutta la dignità umana, in quell'uomo che oggi viene definito senza nessuna capacità di comunicazione. Potrebbe rivelarsi attiva una profonda dimensione dalla quale salgono alla «superficie» dell'essere umano impulsi che promuovono e regolano il suo agire. Sappiamo che la persona in quegli stati di coma non ha nessuna capacità di comunicare con mezzi propri o con quelli che oggi la scienza offre. Quel coma può essere segno che è stato tranciato qualcosa d'importante tra la profondità dell'uomo e la sua parte più evidente, ma sia l'una che l'altra sono pur sempre parte dello stesso essere: la persona. La madre di Alessio allora era definita assente, priva di autocoscienza, ma - anche se con l'intenso aiuto medico - la sua gravidanza dalla 23ª settimana si è protratta fino alla 28ª quando il bimbo, per via naturale, è nato. Quella giovane madre, pur tanto colpita nel fisico, forse stava vivendo ancora per quella vocazione così intimamente legata alla sua natura, al proprio ordine biologico di donna? Qualcosa collegava ancora la sua interiorità profonda alla sua parte più «visibile»? Sappiamo solo che dopo aver partorito, solo pochi giorni dopo aver portato a termine il suo amorevole compito, solo allora il suo cuore ha perso quella forza che lo aveva sostenuto. Forse anche il cuore di Eluana cedette per aver compreso la sua inappellabile sentenza? Chi può dire che, tra figlio e mamma, non siano intercorse, pur nel breve periodo del coma, tante di quelle «carezze spirituali» che solo nei grembi materni la natura consente per il pieno raggiungimento degli scopi, ben precisi, legati al naturale, ordinato sviluppo di una nuova vita? E, per altro aspetto, chi può dire se le fredde pareti di una provetta possano sostituirsi alle «pulsazioni affettive» che ancor prima del concepimento preparano, nel ventre materno, la prima culla d'amore al neonato e poi proseguono tra la nuova vita in embrione e la madre? La sensibilità del Medico, che con tanto entusiasmo ha seguito Alessio, riporta alcune frasi che fanno riflettere su questo «intimo dialogo» tra figlio e quel «poco o tanto» di vita rimasto della sua giovane mamma. Potrebbe allora non essere stato troppo immaginario ciò che nel diario vien fatto dire ad Alessio: «io potevo sentire quanto la mamma stesse male, quanto dolore provasse. Percepivo la sua sofferenza... come era brava la mia mamma, nonostante quelle sofferenze... continuava a lavorare per me... cercando di darmi quello che serviva per crescere».