Gasparri: "Fini faccia chiarezza sui beni di An"

L’ex colonnello Gasparri rompe il silenzio sulla vicenda di Montecarlo e
va all’attacco: "Sono stato militante di un partito onorato, ora voglio
sapere come sono state utilizzate le risorse". Un problema "serio e
politico"

Roma - Colomba di domenica, falco di lunedì. Maurizio Gasparri, che ieri in un’intervista alla Stampa sembrava accorciare le distanze con Gianfranco Fini dicendosi cautamente ottimista sulla possibilità di un accordo con Fli, poche ore dopo è tornato a scavare il fosso con il suo ex leader ai tempi di An. Anche lui, come tanti ex aennini rimasti fedeli al Pdl, fa toc toc sulla questione morale, vero tallone d’Achille estivo del presidente della Camera: «Non mi piacciono le aggressioni mediatiche e infatti non vi ho partecipato - premette il capogruppo del Pdl in Senato -. Ma come ex militante di An vorrei sapere come è stato gestito il patrimonio di una comunità». Un problema «serio e politico», chiarisce Gasparri: «Quando uno si fa paladino della legalità deve rispondere di queste cose. Attendo ancora delle risposte da militante. Chi viene dalla storia di un partito onorato vuole sapere quelle risorse come sono state utilizzate».

Gasparri è solo l’ultimo iscritto al partito dei delusi da Fini. Quelli che c’eravamo tanto amati. Quelli che si sentono espropriati a posteriori per un quartierino nel Principato finito al cognatino rampante. Il tutto sullo sfondo della lotta intestina tra gli ex esponenti del secondo partito del centrodestra per la gestione della cassaforte di An tuttora saldamente nelle mani dei finiani. Lui, Gasparri, ha avuto solo la pazienza di attendere qualche settimana in più. Confidando, forse, in un chiarimento, che a quasi un mese dal primo nostro articolo sulla casa di boulevard Princesse Charlotte, non è ancora arrivato. Meno paziente era stato il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, che già a inizio agosto aveva preso le distanze da Fini: «Immagino - le parole dell’ex dirigente di An - le difficoltà che avrà d’ora in poi nell’occupare un ruolo di garanzia, che richiede assoluta obiettività e serenità. Scoprire che una proprietà del partito è stata sfilata in quel modo non è accettabile, è oggettivamente imbarazzante».

Altro «colonnello» aennino furioso Ignazio La Russa, che all’inizio di agosto ammetteva: «Seguo con tristezza la vicenda della casa a Montecarlo». E all’indomani del chiarimento poco o punto chiarificatore di Fini, si diceva scettico: «Eppure io un dubbio continuo a nutrirlo. Continuo a non capire perché nessuno ha detto niente al sottoscritto di quella vendita di Montecarlo. Eppure ero il reggente del partito. Né mi risulta che sia stato mai detto nulla a Gasparri, oppure a Matteoli. Non sapevamo assolutamente nulla. Questa storia io l’ho appresa dal Giornale e mi sembrava talmente stravagante che all’inizio ho pensato a un errore. Ma in questa storia io non commento».

Condanna implicita anche quella contenuta nelle parole del sottosegretario Alfredo Mantovano al nostro giornale: «C’è una tristezza accompagnata da un disagio personale che credo sia di tutti coloro che hanno fatto un cammino più o meno lungo in An». E ancora: «Non è il massimo che Fini abbia puntato l’accento sul tema della legalità. Scoprire adesso questo tema appare un ripiego. La battaglia per la legalità non è esclusiva di alcun soggetto politico. Soprattutto, di chi trova normale affidare la vendita di un immobile a una società off-shore perché così fan tutti». Mantovano non arrivava a chiedere le dimissioni di Fini, ma considerava: «Certo, Scajola questo gesto l’ha fatto. Che vuole, avrà avuto le sue ragioni».