Gasparri: «Una sfida il primo gruppo unico tra Forza Italia e An»

Il neo presidente dei senatori Pdl: «Siamo pionieri, dobbiamo cominciare a pensare come un’unica formazione. Ma resto ottimista perché avverto un grande spirito di collaborazione»

da Roma

Maurizio Gasparri, da ieri lei è il presidente del gruppo dei senatori del Pdl. Il primo nella storia del nuovo partito. Come ci si sente davanti a questa nuova avventura?
«Ci si sente come dei pionieri. E per me è un grande onore guidare una delle prime strutture comuni del Pdl. È una scommessa sul futuro, oltretutto fatta su un soggetto come quello unitario per il quale mi sono battuto da sempre, trovando a volte anche l’opposizione del mio stesso partito. Un cammino fatto di stop and go, di amarezze, delusioni ma anche di una grande soddisfazione finale».
I senatori ex di Forza Italia seguiranno davvero le sue direttive?
«Noi siamo la prima generazione Pdl e dobbiamo iniziare a pensare come Pdl».
Come capogruppo lei dovrà districarsi nella giungla dei regolamenti. Spaventato?
«Innanzitutto ho una buona esperienza parlamentare e quindi anche di regolamenti. Inoltre accanto a me avrò un grande esperto come Gaetano Quagliariello. In ogni caso i regolamenti spesso, in passato, sono stati interpretati piuttosto che seguiti alla lettera».
Cosa vuol dire?
«Mi ricordo parecchi anni fa, doveva essere il ’92, quando l’allora presidente della commissione Attività produttive, Agostino Marianetti mi tolse la parola. Io protestai chiedendo in base a quale articolo lo avesse fatto. E lui mi rispose: “Non si preoccupi che l’articolo poi lo trovo”. È un episodio che ricordo con il sorriso. Ma la mia intenzione, ovviamente, sarà quella di far rispettare le regole».
La volontà di Berlusconi, invece, sembra quella di procedere a passo di carica. Vi sentite pronti al Senato ad assecondare le sue intenzioni?
«Da ministro la legge Gasparri la approvammo in un anno e mezzo nonostante sei passaggi parlamentari. Comunque sono ottimista perché percepisco un grande spirito unitario e la volontà di agire di concerto verso un obiettivo comune. Tutti sappiamo che questa è un’occasione unica. Per quanto mi riguarda, io per i senatori sarò reperibile 24 ore su 24. E chi mi conosce sa che sarà davvero così».
Quando lei venne designato per questo incarico sembrava che la maggioranza al Senato dovesse essere risicatissima. Le elezioni, invece, hanno assicurato un ampio margine al Pdl.
«È vero. Berlusconi e Fini avevano pensato a me per rafforzare il pacchetto di mischia. Ora dovrò lavorare per far tenere la guardia alta ai senatori, restando sempre concentrati sul lavoro che ci aspetta. Noi dovremo essere i garanti dell’attuazione del programma, senza rilassarci, e a nostra volta stimolare l’azione del governo».
A proposito di governo, davvero nessun rimpianto per non essere nella squadra di Berlusconi?
«No, assolutamente. Ho avuto un incarico di fondamentale importanza e questo mi basta e avanza. Ora conta quello che riusciremo a fare. Questi sono i giorni più belli, tra sorrisi, acclamazioni e pacche sulle spalle. Ma tra poco la gente ci chiederà il conto. Dobbiamo ricordarci che non si perde e non si vince per sempre e mettere da parte l’euforia per lavorare sodo».
E per quanto riguarda il suo ex «nemico» Alemanno?
«A lui scherzando ho detto che con tutte le battaglie interne che abbiamo fatto tra di noi, per lui affrontare Rutelli è stata una passeggiata».
Lei, però, è stato vicino a fare il candidato per il Campidoglio.
«Sapevamo entrambi che sarebbe stato un onore e un onere quell’incarico. Io ero disponibile ma a Gianni dissi: dimmi onestamente se te la senti, altrimenti vado io. Lui ci pensò sopra una notte, era un sabato, e la domenica dopo mi chiamò e sciolse le riserve. Da allora, soprattutto nelle ultime due settimane, abbiamo combattuto insieme questa battaglia. Dieci anni fa sarebbe stato impossibile. E questo è anche il segnale di una maturazione di tutta la nostra comunità».
Quale consiglio gli ha dato?
«Ci sentiamo tutti i giorni ma Gianni non ha bisogno di consigli. Tutti, però, sappiamo che Roma è una grande prova per il tutto il gruppo dirigente di An cresciuto a Roma».
Meglio nomine «identitarie» o la logica della commissione Attali?
«Io credo che dobbiamo procedere senza complessi di inferiorità. Un Gino Agnese di certo non vale meno di Bettini. E un Mogol, da sempre un apolide della politica, potrebbe essere prezioso nel portare la musica tra i ragazzi delle periferie».
La trattativa sulla formazione della squadra governativa si sta per chiudere. An continua a chiedere il Welfare. Come andrà a finire?
«Noi abbiamo fatto il nome di Andrea Ronchi. Abbiamo avanzato una proposta e attendiamo una risposta ma non è nostra intenzione esasperare i toni».
Il 31 maggio scade il cda della Rai. Gentiloni chiede di attendere ottobre ed eleggere prima la commissione di Vigilanza. Lei cosa ne pensa?
«Non è possibile tenere la Rai a bagnomaria fino all’autunno. Chi sostiene il rinvio è nemico della Rai. Piuttosto acceleriamo i tempi in Parlamento ed eleggiamo subito la Vigilanza. Le assicuro che si può fare, basta avere la volontà di farlo».