Gasperini dimostra che un altro calcio è possibile

(...) entrare a gambe unite su quelle dell’avversario. Per esempio, è possibile divertirsi guardando una partita di calcio, in una cornice unica al mondo come è il Ferraris, qualcosa che non è nemmeno pensabile toccare, qualcosa di simile a una cattedrale laica, dove le emozioni viaggiano a una velocità diversa. Per esempio, è possibile vedere giocare a Calcio, con la C maiuscola.
Non ho ancora l’età di Matusalemme, ma - vedendo giocare il Genoa di Gasperini - mi sono tornati in mente soprattutto il Pescara di Giovanni Galeone, la Reggiana di Pippo Marchioro e le squadre di Zdenek Zeman, Foggia e Roma su tutte. E sono bei ricordi, ricordi di un altro calcio, ricordi di domeniche passate bene. Persino quando si usciva dallo stadio con le pive nel sacco. Ricordo una serata all’Olimpico, un altro stadio capace di emozionare: quella sera la Roma di Zeman perse 5-4 con l’Inter in un posticipo di campionato. Ora, in generale perdere con l’Inter è già una cosa che non dovrebbe mai succedere, bisogna metterci dell’impegno. Ma perdere 5-4 con l’Inter è qualcosa di paranormale (per quello, anche 4-3 dopo essere stati avanti 3-0). Eppure, all’uscita, quella sera, accarezzati dal ponentino romano, nemmeno i giallorossi più sfegatati erano tristi fino in fondo. Si erano, comunque, divertiti. Ecco, il signore che ha ridato il piacere del calcio a me e credo a mille e mille genoani e anche a moltissimi doriani e a chiunque ami il bel calcio, si chiama Gian Piero Gasperini. Quando lo vedi, quando lo ascolti, un po’ capisci come fa a regalare il sorriso a chi guarda il suo gioco e le sue squadre, un po’ come avveniva a Crotone lo scorso anno.
Perchè, prima di chi guarda, sorride lui. E in quel sorriso, vero, sincero, non forzato, nella calma olimpica che lo contraddistingue quasi sempre, nella tranquillità con cui ha saputo anche affrontare le sconfitte nel precampionato, c’è tutto. Poi, di suo, Gasperini ce ne mette molto. Ad esempio, non ha giornalisti di riferimento, quelli con cui si confida in cambio di articoli sempre uguali a se stessi in cui si dice quanto è bravo, buono e bello. Nemmeno questo, di articolo. Ad esempio, azzecca congiuntivi e subordinate, superando le cento parole di vocabolario personale, nel quale non rientra una sola bestemmia. Ad esempio, non caccia giornalisti dalle conferenze stampa, spiegando che sono cattivi fra gli applausi dei giornalisti di riferimento, quelli di prima.
Personalmente, non ho mai risparmiato niente a Enrico Preziosi, non ho il culto laico del Joker e, spesso, non ho condiviso le sue esternazioni. E non cambio di una virgola le mie idee sul punto. Ma, proprio perchè non ho mai avuto remore nel criticarlo, devo dire che sono grato a Preziosi per aver portato a Genova uno come Gasperini. E per averci fortemente creduto, mentre molti si lasciavano andare ai moti del cuore, chiedendo la riconferma di Giovanni Vavassori. Uno che umanamente ha molte doti, ma che col calcio del sorriso c’entra davvero poco. Eppure, abbiamo dovuto sentire anche questo: le critiche a Preziosi per non aver detto che, in B, Vava non andava. Credo che tutto si possa dire a Preziosi, tranne che non capisca di calcio. Tranne che non sappia costruire le squadre. Magari disfandole due o tre volte, magari passando da molti errori come quelli clamorosi di Fabiani del gennaio dello scorso anno, magari facendo un casino. Non il «casino organizzato» di Fascetti, intendo. Ma solo chi è in malafede può sostenere che Preziosi non è competente quando si occupa di calcio. Sarebbe come dire che non sa fare giocattoli. Suvvia. Quindi, grazie Enrico. Grazie, anche - ribadisco - al di là della Coppa Italia - per averci regalato Gasperini e il calcio del sorriso e dell’educazione. Grazie per aver regalato a tutti noi che amiamo il calcio, anche indipendentemente dalle maglie, la voglia di sognare. Di nuovo.