Gassman al Parenti: «Il mio cucciolo la sfida più difficile»

Dal grande schermo al palcoscenico. Una settimana di grandi debutti quella che si apre nelle sale milanesi, merito soprattutto del teatro Franco Parenti che si appresta a mettere in scena tre cavalli di razza, ognuno con diverso pedigree ma di sicuro impatto. Il primo è Alessandro Gassman, che per tre settimane sarà regista e interprete di Roman e il suo cucciolo, premio Ubu 2010, dramma sociale tratto dall’opera di Reinaldo Povod ma ambientato in una comunità rom dei sobborghi romani. Poi sarà la volta di Anna Bonaiuto nei risorgimentali panni di Cristina di Belgioioso per il monologo La belle joyeuse scritto e diretto da Gianfranco Fiore. Infine toccherà al bravo Roberto Trifirò ne La mite di Dostoevskj. Ma i riflettori sono puntati soprattutto su di lui, Alessandro Gasmann, che sul palco si spoglia di stereotipi cinematografici e televisivi per indossare la cruda identità di un padre extracomunitario alle prese con un figlio sbandato, entrambi alle prese con vicende di emarginazione. Un’esperienza da regista che potrebbe significare anche una svolta nella carriera dell’attore romano. Roman e il suo cucciolo, rivela Gassman, il prossimo anno sarà un film prodotto dalla Rai e segnerà il suo debutto come regista anche sul grande schermo. «È una storia di disperazione e di degrado che, attraverso il drammatico destino di un’umanità condannata all’emarginazione, rimanda a problematiche sociali di grande attualità». Un ruolo altamente drammatico che può apparire inedito a chi è abituato al Gassman delle commedie cinematografiche e delle fiction. «In realtà - dice - sul palcoscenico lavoro attentamente sulla drammaturgia da almeno dieci anni, una direzione che ho preso da quando ho intrapreso la mia esperienza alla direzione del Teatro Stabile d’Abruzzo e del Teatro Stabile del Veneto». Ma la drammaturgia, come il teatro stesso, rappresenta anche la grande passione ereditata da Vittorio suo padre. «Chi mi conosce poco e vede il mio nome in cartellone può pensare alla solita migrazione degli attori cinematografici a teatro, una tendenza di questi anni dettata anche dalla crisi di pubblico. Nel mio caso è vero esattamente il contrario, perchè ogni anno dedico almeno sette mesi del mio tempo al palcoscenico dove riesco ad esprimere al meglio anche il senso etico e civile che deve avere questo mestiere». E infatti Roman è uno spaccato di dolorosa e ordinaria umanità nel quartiere degradato di una delle tante periferie italiane, dove Gassman è uno spacciatore semianalfabeta alle prese con un figlio adolescente che cerca emancipazione, ma è progressivamente schiacciato prima dall’autorità paterna, poi dalla droga. «Non è la prima volta che mi impegno nel teatro sociale. Era già successo ne La parola ai giurati, patrocinato come questo dramma da Amnesty International. Questo testo negli anni Ottanta fu già portato in scena con successo a Off Broadway da Robert De Niro. Mi ha affascinato fin dal primo momento per l’umanità dei personaggi ma anche perchè analizza crudemente una delle sfide più difficili del terzo millennio: la pluralità e l’integrazione. Una sfida a cui noi artisti non possiamo sottrarci».