Gatlin rischia la carriera: «È un complotto»

Francesco Rizzo

Un prodotto contro l’invecchiamento, disponibile per una manciata di dollari in capsule o crema, facile da trovare negli Stati Uniti sugli scaffali dei supermercati. Si chiama Dhea, è un ormone che stimola la produzione di testosterone. E sarebbe la sostanza che una verifica del 22 aprile scorso ha rintracciato nelle urine di uno dei due uomini più veloci del mondo. Un nero di Brooklyn, figlio di un militare, cresciuto sotto il sole della Florida, noto al mondo come Justin Gatlin. Età, 24 anni. Pochi per preoccuparsi di trovare il proprio Cocoon da comodino. Ma il Dhea aumenta l’energia, rende più resistenti allo stress. Aiuto proibito per un atleta che, nello sforzo di sbucciare centesimi ai limiti della pura velocità umana, si era lasciato le spalle tutti, tutti tranne uno, il giamaicano Asafa Powell. Contribuendo a creare un duello sul filo del record che entrambi detengono, 9”77, con fremente attesa di un testa a testa in mondovisione, chi diceva a Las Vegas, chi diceva in Europa, budget ipotizzato 500mila dollari. Era già diventato il tormentone dell’estate dell’atletica. Adesso Powell - che si è detto «sconvolto» dall’accaduto - continua da solo. Gatlin ha un avversario molto più lento ma ben più temibile: la squalifica a vita. Lo statunitense è infatti recidivo: nel 2001, quando mieteva titoli per l’università del Tennessee, era risultato positivo a un controllo antidoping per aver fatto uso di anfetamine, presenti in medicinali assunti per combattere un disturbo della concentrazione che affligge Justin fin da bambino. Un anno di stop, poi le sue ragioni erano state sufficienti per discolparlo. «Da quando ero stato trovato positivo - ha detto Gatlin - ho partecipato a programmi per educare i giovani spiegando loro i pericoli che si corrono dopandosi e non farei mai nulla che possa ferire i miei tifosi. Il mio carattere e la fede nelle qualità che Dio mi ha donato non mi permetterebbero di barare».
Sani principi che poco varranno nei prossimi giorni. Se l’Usada, l’agenzia antidoping americana, confermasse la violazione, la sanzione prevista dai regolamenti internazionali sarebbe la sospensione a vita. Per Gatlin vorrebbe dire «basta». Basta legare a un filo di seta il fiato del mondo al via di una finale olimpica, basta ingaggi a più zeri, basta dedicare record a Dio, come fece dopo il 9”76 di Doha, 12 maggio scorso, poi omologato come 9”77. Gatlin era già stato informato della sua positività mentre partecipava ai campionati Usa di Indianapolis, il 23 giugno, non a caso è poi uscito di scena, lasciando spazio a voci che giustificavano il ritardo del confronto con Powell. A metà luglio ha letto anche l’esito delle controanalisi. E ha deciso di rendere nota la propria situazione. «Passava giorni interi a piangere», racconta un amico, piangere e cercare una spiegazione che lo salvi, visto che si dichiara innocente e incredulo. La sua corte è pronta all’attacco: l’avvocato di Justin, Cameron Myler, ha precisato che il suo cliente è già disponibile a un’audizione presso l’Usada e che «se ci sarà anche una minima discordanza a livello di modalità potremmo chiedere un giudice indipendente». Il coach, l’assai discusso giamaicano Trevor Graham, avvalora la tesi poco credibile del complotto, dice di sapere chi sia «l’autore del sabotaggio». Si tratterebbe di un massaggiatore, tale Chris di Eugene, nell’Oregon, storie di droga alle spalle, fornito da uno sponsor ignaro del suo passato: a Kansas City, dove Gatlin è stato trovato positivo, avrebbe sottoposto il velocista a un massaggio con una pomata «fatale». Perché? Vecchie storie tese con Justin o l’intento di colpire Graham, coinvolto in brutti affari «chimici».
Gatlin ha ora davanti a sé due gradi di giudizio. Se la positività verrà confermata, conserverà l’oro olimpico 2004 sui 100 e quelli mondiali 2005 sui 100 e i 200, perché vinti prima del test. Perderebbe il record mondiale, ottenuto dopo. Ma, in realtà, perderebbe tutto. Invecchierebbe in un colpo di cinquant’anni. Per colpa di una crema per restare giovani.