Gatti direttore coraggioso fa la radiografia di Mahler

Successo del maestro che rilegge la «Nona» in chiave moderna. Applausi anche per il «Parsifal» di Wagner

Alberto Cantù

da Milano

«Bravo! Bravo!» esplode il pubblico della Filarmonica dopo il concerto di martedì scorso al Piermarini. Incantesimo del venerdì Santo, lirica e metafisica oasi del Parsifal (1877-1882) che è l’ultimo lavoro teatrale di Richard Wagner. Poi la Nona Sinfonia di Gustav Mahler: brano degli addii visto che il musicista di Kaliste lo ultimò nel 1910 e morì l’anno dopo.
Dopo cento minuti di musica senza intervallo - dove metterlo, d’altronde, l’entr’acte? - la sala plaude caldamente al ritorno di Daniele Gatti alla Scala (mancava da un Tancredi anno 1993) e all’avvio di una collaborazione con la Filarmonica scaligera che i mesi scorsi vide concerti in Italia e all’estero e di qui a giugno avrà altre due tappe: Budapest e Belgrado.
Si ascolta un Wagner dove il suono largo e pastoso si alterna a delibate preziosità. Cresce il modo ondoso degli archi e risalta l’elemento mistico tutt’uno con i segni della natura che si risveglia (l’oboe) perché l’uomo è rinato. I pianissimo molto raffinati confermano l’amore per il bel suono cui Gatti è incline da sempre.
Altro discorso la Nona di Mahler, compositore che insinua elementi di crisi nella tradizione e al quale Gatti fa saltare il fosso dell’Ottocento ambientandolo a tutto campo nella modernità. Meglio: nella contemporaneità (nostra).
Lettura ardita, forse discutibile, certo di assoluta coerenza e assai impegnativa per l’orchestra. Che deve «radiografare» impietosamente la partitura ossia suona «scoperta» con i pericoli (in genere evitati) che ne conseguono. Il canto, così, è ridotto al minimo anche in quell’Adagio conclusivo cui Gatti nega ogni approdo consolatorio. E a dimostrarlo basterebbero le sonorità fantasmatiche, livide, come post mortem, d’una materia senza materia cui approdano le battute conclusive. Quelle che se il pubblico fosse meno rumoroso (chi tossisce, chi tossicchia, chi sbatte la porta del palco...) avrebbe tutto il suo desolatissimo rilievo.
Per rendere Mahler «novecentesco» al massimo grado, Gatti non ha bisogno di alzare la voce. Fa semmai, saggiamente, il contrario onde evitare il rischio della retorica. Prosciuga i timbri, li contrae, li rende falsamente affabili - quel Ländler che della danza paesana ha solo il ritmo e la maschera -, costringe il discorso, nel Rondò-Burleske, ad un contrappunto serrato nel rigore bachiano ma d’un Sebastian Bach privato d’ogni senso.
Chi, come lo scrivente, darebbe tutto l’esercito sinfonico, tutto il dire e negare, il deformare e il distorcere chissà quanto sinceri del compositore per un suo Lied (Ich bin der Welt, ad esempio) o per L’addio dal Canto della terra, ascolta ammirato e un po’ invidioso della fede mahleriana altrui. Ma questo fervore di applausi scroscianti il mahleriano praticamente ateo deve rispettarlo.