Il gatto attraversa la strada della storia

Divinizzato in Egitto, adorato dagli artisti, star del cinema. Un saggio sull’animale più affascinante

«Questi simboli continuano a parlarci, è solo che non li comprendiamo più», notava Ernst Jünger nel 1941 di fronte alle gabbie del giardino zoologico di Parigi. Delle fiere feroci e feline il gatto miniaturizza fauci e artigli alle proporzioni della caricatura, dei predatori liberi e selvaggi conserva quel tanto di scostante selvatichezza da arrogarsi il sacrosanto diritto di starsene sulle sue, per dar la caccia al gomitolo di lana, eppure dei simboli animali resta tra i più intensamente eloquenti. Anche compresi, se fino agli anni Cinquanta Raymond Chandler scriveva sotto la stretta sorveglianza della sua persiana nera che, osservandolo con sguardo da sfinge, sembrava dirgli: «Stai perdendo il tuo tempo vecchio mio» (riferiva il giallista al suo editore americano). E se, fino all’anno scorso, gli occhioni supplichevoli del Gatto con gli Stivali, muovevano a compassione l’orco Shrek.
Non cita il ben calzato micio dei cartoon - che è di barocca e perraultiana memoria -, né la musa-musetto che ispirò per diciannove anni lo scrittore americano creatore dell’hard-boiled - ma la bestiola rispondeva all’antico nome giapponese di Taki - il tradizionalista praghese Sergius Golowin. Raccontando però del proprio e dell’altrui Gatto, amico, mago (Bompiani, pagg. 212, euro 8,50), ricorda la felpata, fumettistica Cat Woman, irriducibile e irresistibile avversaria del superuomo Batman, e la dichiarata «propensione gattesca» dello scrittore Howard Phillips Lovecraft, il quale portò la letteratura di genere (fantascientifico nel suo caso), alle altezze dell’arte, nonché il genere umano alla complicità artistica con quello felino.
Se in fase di estrema estenuazione dell’immaginazione simbolica - direttamente proporzionale all’estrema espansione della civiltà delle immagini - il gatto, aggrappato alle sue unghie, «tiene» e anzi, ramingo randagio sornione, si intrufola dappertutto, sarà bene approfondire le radici della sua inesausta potenza di simbolo. È soprattutto nelle favole e nelle leggende, nelle religioni e nelle mitologie che il venerato (e temuto) animale sprigiona la forza significativa che dalla notte dei tempi irradia fin sugli odierni romanzi e fumetti. E la notte del gatto comincia ben più indietro del VI secolo a.C. che lo consacrò agli egizi se già nel VI millennio precristiano le popolazioni dell’Asia ne addomesticavano le specie selvatiche. Ma è sulle acque del Nilo che il - vanitoso - idolo dai baffi sensitivi iniziò a specchiarsi come emblema dell’energia concentrata e della libertà indomabile, della bellezza femminile e della maschilità solare.
Travolto però dall’ultima ondata di piena che sommerse la civiltà nilota e sollevò sulla cresta la potenza universale di Roma, nell’Urbe riemerse senza affogare: accanto alla regina lunare Diana, sorella del dio del sole Apollo, la quale creò e accese del riflesso di un raggio fraterno il gatto, custode della fecondità muliebre, dei cicli femminili e della nascita. Non perciò si affievolì la sua aura, se già nella sacra poesia dei Veda e nelle credenze popolari indiane la luce bianca della luna assegnava forze prodigiose al «gatto puro, purificatore del mondo notturno e celeste protettore degli innocenti». Né se ne spense il riverbero se anche dopo il crepuscolo delle divinità antiche, cui in vecchiaia il tedesco Heinrich Heine inviò l’estremo congedo dalle pagine di Gli dei in esilio, proprio nella Germania romantica i suoi occhi continuarono ad ardere come braci: «carboni vivi» attizzati sul muso del micione acquattato «presso la calda cenere» nei Musicanti di Brema dei fratelli Grimm.
Attinge alla memoria antica dei popoli (e alla memoria annosa della propria nonna ucraina) l’autore boemo per raccogliere credenze e dicerie, culti e superstizioni, fiabe d’autore e narrazioni popolari sul conto del più imprendibile e indefinibile degli animali. Scappa via, salta da tutte le parti, lasciando ovunque impronte ambigue, contraddittorie e depistanti: dalla saga nordica di Odino, che nell’Edda assegna alla dea dell’amore in volo su un cocchio trainato da due gatti il potere sui nove mondi, al proverbio che lo vuole dotato di nove vite; dal simulacro dell’egizia dea Pasht con la testa felina al nomignolo «pussy cat» cui rispondono tutti i gatti d’Inghilterra; dalle stanze di quel gattaro di Baudelaire ai Fiori del Male stampati sulle T-shirt. Balzato al fianco del giovane, solitario Attila, distrae il barbaro adolescente dalla malinconia e lo convince a partire per la guerra. Accucciato ai piedi di Santa Gertrude, ne protegge la solitudine contemplativa e la cella dai topi. Allevato come magico talismano dai celti delle tradizioni e dagli alpini del medioevo, assicura sorte benigna e buona fortuna: ma oggi quanti irlandesi e quanti svizzeri si farebbero tagliare la strada da un gatto nero senza fare gli scongiuri?