Gatto, conservatore «in progress»

Alfonso Gatto occupa, fra i protagonisti delle vicende letterarie, una posizione eminente, anche se anomala. Da un lato, infatti, nelle sue pagine ricadono alcuni momenti topici delle poetiche novecentesche: le influenze dell’ermetismo, i vortici analogici di matrice surrealista, le opzioni ideologiche tese a trascendere la scrittura per trasformarla in azione. Eppure il salernitano rimane, nei momenti più alti, un lirico puro, chiuso in una sorta di inimitabile solitudine, organicamente dotato per afferrare il risvolto musicale della lingua. Acutamente Luigi Baldacci notò come Gatto riuscì a mettere in azione analogie verbali di ordine sonoro prima ancora che semantico e come seppe, seguendo il suo istinto alla sonorità, fondare uno stile, una cifra paragonabile a una scrittura automatica la cui chiave è costituita dagli statuti ritmici e melodici. Cifra (salvo rare eccezioni) assai poco sintonizzata con i canoni novecenteschi e, per questo, eccentrica nella sua apparente fedeltà alle istituzioni.
Non è un caso che proprio Gatto sia stato il poeta che ha saputo più di tutti (anche di Saba) traghettare tensioni metriche e istanze melodiche centenarie dentro l’alba della modernità, imponendosi come un magistrale autore di quartine, un conservatore in progress. Ora, a quasi trent’anni di distanza dalla morte, possiamo rileggere la sua opera in versi, ridisegnata con l’attenzione che solo un poeta e storico della letteratura come Ramat poteva spendere (Alfonso Gatto, Tutte le poesie, Mondadori). Riattraversata nella sua globalità, la poesia di Gatto sembra toccare i vertici più alti non tanto nelle curve in ascesa verso l’astrazione sonora, quanto nei momenti in cui quella stessa «musica» pare affievolirsi, decantare (letteralmente...), discendere fino a sfiorare lo stato semiafono che precede d’un infinitesimo l’evanescenza, l’indistinzione. Un attimo prima, insomma, di ricadere nel nulla o nel silenzio da cui proviene. Per questo non è mai una poesia euforica o consolatoria: al contrario, verbalizza stati di labilità, metaforizza la provvisorietà, la malinconia angosciata ed estenuata che accompagna il vivere. È allora la morte l’idea ossessiva che fa da sfondo alla leggerezza dei versi. E in questo Gatto ebbe tanti successori. Forse neppure interamente coscienti di esserlo.