Il gatto-detective che ne sa una più del rettore

di Giorgio Celli

Lo studio del professore Leandro Marchi era in via Zamboni, nel cuore della città universitaria, a ridosso del centro storico.
L’usciere del rettorato lo introdusse con fare cospiratorio nel sancta sanctorum, che aveva accolto nel suo seno la lunga sequenza dei rettori che si erano succeduti nel tempo, in quella che è la più antica università appartenente alla cultura del mondo occidentale. Il Magnifico se ne stava seduto dietro a una monumentale scrivania settecentesca. Con un sorriso cordiale, ma non senza una sfumatura di condiscendenza che non sfuggì a Michelucci, invitò il convenuto a sedere su di una maestosa sedia rinascimentale, dono che era stato fatto anni prima all’università da un celebre antiquario toscano, quando suo figlio era «salito in cattedra» grazie alla longa manus di Marchi.
«Pensi che combinazione, l’ho vista stamattina in tv», azzardò quale esordio informale Michelucci, per rompere il ghiaccio.
L’altro sorrise compiaciuto.
«In tanti mi hanno visto, presumo. Anche lui l’ha fatto, sa?», disse.
Siccome Michelucci non capiva, il Rettore fece un gesto verso un angolo in penombra della stanza. Guardò perplesso nella direzione indicata e scoprì, su di una sedia, un gigantesco gatto bianco che, comodamente acciambellato, ronfava tranquillo, immerso in un sonno profondo.
«Si chiama Bianco. Be’, debbo dire che il nome non denota, da parte di chi l’ha battezzato, un grande uso della fantasia, ma tant’è... so che lei stenterà a credere che un gatto ami guardare la tv, ma le assicuro che è così, e mi sembra anche che lo faccia con una soddisfazione particolare quando sono io a comparire sul video».
«Fatto raro, davvero», concesse menzognero Angelo Michelucci.
Non aveva nessuna voglia di intavolare una discussione sulle abitudini dei gatti con un uomo che non riscuoteva la sua simpatia. Avrebbe però potuto raccontargli del suo gatto Murder, un bel soriano dagli occhi d’opale che amava specchiarsi, e che lui aveva adottato nel corso di una delle sue ultime indagini per la Polizia. Quel gatto, che speciale lo era davvero, era stato per lui un aiuto prezioso per sbrogliare la matassa di un intricato caso di omicidio legato a criminali esperimenti di clonazione. Tristemente ne ricordava ora la morte precoce, a causa di complicazioni cardiovascolari.
«Sì», confermò perentorio il Rettore, riportando Michelucci al presente, «perché l’immagine tv è, come dire, una sorta di produzione simbolica. È un insieme di punti luminosi che il nostro cervello elabora su indicazione delle cellule retiniche e che ci restituisce in un’immagine unitaria, significativa e che possiamo pertanto riconoscere. Sono certo che il cervello del mio Bianco sia dotato di questa peculiarità. Lui mi ha riconosciuto, perché è un gatto intelligente. Pensi, quando non dorme passa delle ore camminando tra gli scaffali della biblioteca di Facoltà, annusando i libri e accarezzandone il dorso con una zampetta. Spesso lancia dei miagolii, tanto che a volte ho come l’impressione che voglia leggere qualche libro...».
Michelucci sorrise a denti stretti, sperando che l’altro arrivasse in fretta al punto, e lo fissò negli occhi. «Mi dica, perché ha voluto vedermi?», gli domandò a bruciapelo.
«Non è certo per parlare del mio gatto», rispose l’altro indulgente. «Prima di chiamarla ho fatto un paio di telefonate al Commissariato. Mi hanno detto che le sue doti intuitive, al tempo in cui lavorava con loro, erano proverbiali. Immagino che anche adesso, che ha deciso di ‘mettersi in proprio’, di certo non l’abbiano abbandonata. Ecco, per me lei dovrebbe dare forma e senso a qualcosa che non saprei come descrivere: una sensazione, un sospetto...».
Michelucci si mise in ascolto.
«È stata», proseguì il suo interlocutore, «per lo meno al principio, una sensazione, come le dicevo. Quella che per natura ci fa intuire, ad esempio, come qualcuno alle nostre spalle ci stia osservando. È un disagio sottile, indefinibile, che genera imbarazzo. Ti volti, e non c’è nessuno. Questa è però una sensazione molto fastidiosa, e in me ha lasciato l’eco di una sommersa ma profonda inquietudine».
«Anch’io ho provato spesso questa impressione: sembra di essere toccati da una mano invisibile», concesse Michelucci.
«Proprio così! Ma non basta. Alla sensazione di essere osservato si è aggiunta, in questi ultimi tempi, la certezza di essere sorvegliato».
«In che senso?»
«Di sera, guardando dalla finestra del soggiorno che dà sulla strada, ho cominciato a notare la presenza di uno strano individuo».
Il Rettore esitò, si morse il labbro e sembrò cadere preda della sua paura. Si era fatto bianco come un lenzuolo.
«Uno strano individuo?», chiese Michelucci, per esortarlo a fornirgli maggiori dettagli.
«Sì, un uomo vestito sempre con l’impermeabile, che legge il giornale alla luce di un lampione di fronte a casa mia. Io abito, per comodità con la mia sede, qui al rettorato, in via santo Stefano, al primo piano di palazzo De’ Bianchi. Mi sono chiesto perché mai quell’uomo debba leggere il giornale proprio là. Tanto più che non si allontana, se non dopo un paio d’ore. All’inizio la cosa mi aveva solo incuriosito, ma poi, quando ho visto che si ripeteva con una frequenza a dir poco ossessiva, ho cominciato inevitabilmente a preoccuparmi. Che cosa ne pensa? Non trova anche lei che la circostanza sia alquanto strana? A meno che non si tratti di qualcuno incaricato proprio di tenermi d’occhio. Non posso non pensare che possa avere delle cattive intenzioni, e che se ne stia lì ad aspettare che io esca di casa...».
«Lei quindi suppone di avere qualche nemico deciso a farle del male?».
«Io... be’, lei saprà che essere un biotecnologo, quello che oggi viene definito dalla stampa, con eccessiva enfasi, un creatore di OGM, mi rende odioso ai cosiddetti ambientalisti, che quando parlano di me non mancano mai di conferirmi la nomea di “nuovo dottor Frankenstein”. Chissà, potrebbe darsi che qualche fanatico ecologista abbia deciso di punirmi perché, secondo la sua mentalità ristretta, posso aver violato le leggi della Natura, non per salvare il mondo dalla fame ma semplicemente per far denaro. Si tratta di calunnie, questo è certo, ma che cosa vuole? In questo nostro mondo malato la pazzia causata dalle ideologie è sempre più diffusa. Il transgenico, cioè tutto ciò che viene geneticamente modificato, per molte persone è un’autentica bestemmia, un atto di lesa natura che merita solo un castigo senza appello. E poi, a corollario di tutto ciò, non scordi comunque che sono il Magnifico Rettore. Le assicuro che, in ambiente universitario, di squali pronti a divorarmi per sedere qui al mio posto ce ne sono parecchi».
«Ha già avvertito la Polizia?»
«No. Sono cosciente che questa persecuzione, di cui mi sento vittima, potrebbe essere, non lo nego, anche un miraggio generato dal troppo lavoro, cui mi sono sottoposto in questi ultimi tempi, o dello stress dovuto alle continue contestazioni di cui sono il bersaglio. Se così realmente fosse, chiamando la Polizia mi sarei reso ridicolo. Per questo mi sono rivolto a lei, che mi si dice godere fama di essere persona discreta».
«La discrezione e il segreto sono obblighi della mia professione», lo rassicurò Michelucci.
«Posso offrirle un caffè?», chiese d’improvviso il Rettore che, prima che l’altro potesse rispondere, afferrò con decisione un’improbabile campanello e cominciò a scuoterlo con energia. Il rumore del battocchio fece sussultare il gatto, che dopo essersi stiracchiato saltò dal suo rifugio sul pavimento e uscì dalla porta socchiusa posta a destra della scrivania del suo padrone.
Un minuto dopo entrò, seguito da Bianco, un gigantesco individuo dalla pelle scura, probabilmente un pakistano. Il gatto lo guardava in estasi e si strusciò contro le sue caviglie, in segno di consolidata amicizia. Il Rettore ordinò all’uomo di portare due caffè, e questi se ne andò con passo leggero, seguito dal gatto che miagolava, a tratti, con dolcezza. Buffa processione, pensò incuriosito Michelucci.
«Non le sembra un idolo?», gli chiese con un sorriso il Rettore.
«L’uomo o il gatto?», chiese faceto Michelucci.