Il Gattopardo è ancora capace di ruggire

Convince l’insolito allestimento tratto dalle lettere che Tomasi di Lampedusa ha scritto durante la stesura del suo capolavoro letterario

Laura Novelli

Di fronte a un capolavoro della letteratura moderna come Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’idea di una trasposizione teatrale che voglia restituirne il significato profondo e l’atmosfera dominante (non senza indispensabili allusioni all’oggi) suona a dir poco coraggiosa, se non addirittura temeraria. Tanto più che, in questo caso, al confronto con il romanzo si aggiunge quello con il celebre film di Visconti: pellicola magistralmente interpretata da Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa e Rina Morelli che si aggiudicò la Palma d'oro a Cannes nel ’63.
A cimentarsi nell’impegnativa operazione sono Andrea Battistini e Luca Barbareschi, rispettivamente regista e interprete principale dello spettacolo Il sogno del principe di Salina: l'ultimo Gattopardo, debuttato a Taormina lo scorso agosto e in scena al Quirino fino a domenica 22.
Bisogna riconoscere che, malgrado qualche sostanziale riserva e l’eccessiva lunghezza, lo spettacolo - ispirato non tanto al libro quanto alle lettere e agli appunti che Tomasi di Lampedusa scrisse a margine del suo lavoro di stesura - nel complesso funziona. Complici, in primo luogo, gli straordinari costumi di Andrea Viotti (un plauso particolare meritano quelli femminili, valorizzati dal sapiente uso delle luci) e la cura pittorica con cui Carmelo Giammello ricostruisce l’interno del palazzo siciliano: con ingegnosa fantasia l’elegante realismo dell’insieme viene «contraddetto» dalle pareti di fondo che pendono all’indietro, quasi volessero enunciare un senso di pericolosa decadenza e di inevitabile disfacimento. D’altronde è proprio il tramonto di un’epoca e di un’aristocrazia ormai «vecchie» ciò di cui qui principalmente si parla. O meglio, ciò che meglio rappresenta lo stesso Gattopardo/Barbareschi: figura in bilico tra passato e futuro che l’energico attore affronta ora con sicura baldanza, ora con malinconico struggimento, ora con consapevole disillusione, ora con una dose di marcato istrionismo. Tanto da risultare incisivo (si vedano le scene finali, così cariche di morte e di umanità) ma nel contempo eccessivamente melò e, a tratti, volutamente patetico.
Attorno a lui ruota poi una galleria di personaggi dai contorni molto netti, alcuni dei quali spinti su registri secondo noi troppo caricaturali e macchiettistici.
Alle buone prove di Alfredo Angelici/Tancredi, Bianca Guaccero/Angelica, Emiliano Iovine/Chevalley si contrappone, per esempio, la recitazione «stonata» di Totò Onnis, attore di ben noto talento che qui incarna l’emblematica figura di Calogero Sedara (il parvenu gretto e ignorante assurto a simbolo della nuova classe dirigente dell’Italia unita) dandole una forza, una lingua e un carattere assolutamente farseschi. In questo modo si valorizza - forse - il gioco teatrale dei conflitti e l’acre riflessione politica che attraversa il testo, ma si perde in naturalezza e in credibilità.