Il gattopardo delle colonie

Esce in questi giorni il romanzo del portoghese Miguel Sousa Tavares. Sarà un caso, come lo è stato in Portogallo dove ha battuto tutti i record di vendita con oltre 500mila copie. Accolto favorevolmente in Francia, Brasile, Olanda, si appresta ad affrontare il pubblico americano, tedesco, inglese, spagnolo, ceco e serbo. È un romanzo d’impianto ottocentesco, con tanto di intrighi politici, di fatti storici e di brucianti storie d’amore. A noi lettori italiani ricorda da vicino Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, se non altro per quel ragionare su ciò che deve cambiare e invece non cambia o se cambia è perché tutto rimanga come prima.
S’intitola Equatore (Cavallo di Ferro editore, pagg. 492, euro 18,50) e cattura immediatamente per il suo protagonista, Luís Bernardo Valenca, proprietario di una compagnia marittima a Lisbona, intellettuale brillante, seduttore e pervicacemente scapolo (ha 37 anni). Siamo all’inizio del Novecento in un paese che vede erodere, dalla storia implacabile e dall’idiozia di alti e bassi burocrati, il suo impero coloniale. Il piccolo Portogallo è come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, incapace di tradurre le idee liberali in buon governo. Luís Bernardo, gentiluomo e «mascalzone quel tanto che glielo permettevano i suoi natali», si sottrae agli artigli del matrimonio e se anche ha annusato splendidi profumi nei «petti di colomba» di donne fascinose, avverte immediatamente il pericolo del grigiore matrimoniale: «... Serate noiose, conversazioni imbecilli, l’allegria del pranzo domenicale a casa del suocero».
Luís Bernardo conquista una certa fama per aver additato, sui giornali, la probabile fine del colonialismo così come è stato: miserevoli avidità commerciali, sfruttamento, vista corta sul mondo del secolo ventesimo. Un mondo che assiste all’affacciarsi di potenze dell’estremo oriente (come il Giappone che sconfigge la Russia zarista) e di nuovi sistemi di vita. La sua moderna concezione coloniale attira l’attenzione del re, che lo nomina governatore di Saõ Tomé e Principe. Incarico delicato. Inghilterra e Portogallo hanno firmato un trattato contro la schiavitù. E gli inglesi, che non vedono l’ora di estenuare economicamente i territori africani del Portogallo, inviano in quella zona dell’Equatore un console-osservatore per avere conferma dell’esistenza di schiavitù. In ballo ci sono giganteschi interessi commerciali. L’intellettuale seduttore deve fare in modo che il rapporto dell’inglese non mandi all’aria tutto. Insomma deve arginare, con l’astuzia, «l’ipocrisia umanitaria britannica».
Luís Bernardo Valenca parte e s’immerge nel caldo sfibrante di quella zona d’Africa dove l’unica consolazione è la «gravana», il vento secco. E qui cerca di realizzare un colonialismo moderno ed efficiente, senza gli estremismi disumani della schiavitù.
L’isola di Saõ Tomé e Principe è desolante per chi arriva dall’Europa. Il telegrafo è solo alla Posta, i telefoni sono solo 52. Manca un teatro, un cinema, una sala di concerto (in tutta la provincia esiste un solo pianoforte). Le uniche ventate europee sono le note che escono dal palazzo del governatore: canzoni di Caruso e musiche di Verdi. Al ballo dell’insediamento Luís Bernardo sente una frase che gli rivela la mentalità locale: «Date a un negro la casa di un bianco, in muratura, completa di lavandino e tutto il resto, e in un attimo la trasformerà in un rudere».
Testardo, va a vedere. E si accorge che la schiavitù esiste e nessuno ha intenzione di eliminarla. S’indigna ricordando la frase pronunciata al Parlamento francese da Victor Hugo: «Dichiaro che ci saranno sempre gli infelici, ma che potranno non esistere più i miserabili». Visitando le piantagioni di caffè, alla propria infelicità aggiunge quella dei negri, «un esercito di ombre nere» che viene dalla vicina Angola. La burocrazia militare ostacola la missione del nuovo arrivato, «immerso in quella visione umana dell’Inferno».
Fa amicizia con il console inglese e i suoi nemici gli rimproverano subito di «stare nell’altro fronte». La sua diplomazia così lungimirante viene messa in discussione. Lo scapolo di Lisbona cade poi «negli abissi di una donna». Nessuno gli perdonerà quell’avventura. Certo: lei è inglese. Ecco che l’Africa si trasforma in una missione impossibile. Luís Bernardo tenta, anche spettacolarmente, di cambiare le cose, ma non riceverà mai appoggi, nemmeno da quei negri che lui si ostina a considerare non solo portoghesi (per legge) ma anche pari a tutti gli effetti. La sua concezione filosofica e politica scricchiola. L’amico del cuore gli dice chiaro e tondo: «Sappiamo tutti che, teoricamente, la legge è uguale in ogni luogo, ma si tratta di una mera finzione. Nessun impero è mai stato costruito su queste basi: chi aveva dato a Cortéz l’autorità di fare prigioniero Montezuma quando sbarcò in America?».
La missione impossibile del governatore si concluderà anche per aver abiurato al progetto di essere uomo libero, anche dalle passioni. «La puttana inglese», come la chiamano le malelingue coloniali, gli tenderà una trappola amorosa e politica. Dando così ragione a chi sostiene che «una bella donna preannuncia una disgrazia». L’autore di Equatore, trentasettenne ex avvocato ed ex giornalista, compone un affresco di un mondo che cambia faticosamente pelle. E ci immerge, con dettagli precisi e affascinanti, in uno sperduto angolo della terra, ma anche nell’anima di un uomo che ha creduto di modificare un sistema, un pensiero, un modo di vivere, indicando agli altri la salvezza. Agli altri, ma non a se stesso.