GATTULLO Cabaret, calcio e bignè La storia al bancone di un bar

(...) con la voce sua che corre più veloce del pensiero, con le parole che tornano indietro con nostalgia ma non si cullano in questa, anzi avanti e pedalare, lavorare, mai mollare: «Mio nonno Domenico aveva un mulino a Ruvo di Puglia. Se ne salì a Milano, lo seguirono mio padre Michele e mio zio Peppino, sapevano farci con le farine, aprirono una pasticceria in corso Venezia, dove adesso ci stanno Dolce&Gabbana, accanto al negozio che era di Brigatti. A Ruvo si faceva la fame, lavoro poco, sole tanto. Le donne erano rimaste tutte al paese, io nasco nel Trentanove, due anni dopo nonna Francesca mi porta su in treno a Milano. C’è la guerra, i ponti sul Po saltano in aria per le bombe, il viaggio dura una vita, settantasei ore, ci trasferiscono su una corriera. La nostra casa stava in viale Corsica al civico 74, al primo piano, un bell’alloggio, giusto per tutti, mia madre Elisabetta, papà, lo zio Peppino. Milano era bella, era gentile, era una città da vivere e da studiare. Zio Peppino trovò lavoro al Sant’Ambroeus, poi alla Besana e quindi alla premiata confetteria Baj, lì apprese l’arte del panettone che ci ha trasmesso. Io mi ero messo a lavorare in una salumeria, da Galli, in via Settembrini, mi piaceva la gastronomia, mi ero iscritto alla scuola specialistica vicino alle Colonne di San Lorenzo. Avevo completato gli studi in una scuola tecnica professionale. Furono anni decisivi. La pasticceria andava avanti, dolci grandi così, cannoncini, cigni, bignè. Non male, ma io sentivo che c’era bisogno d’altro».
Altro era la Cavagnera, una bottiglieria con quattro luci a porta Lodovica. In vendita. Millenovecentosessantuno, si svolta. Si va di cambiali e di notti in bianco, a fare conti e a stampare sogni: «Di fianco alla bottiglieria c’erano una tintoria e un negozio di scarpe, avremmo preso anche quelli, per allargarci. L’arredo era marcio, con altre cambiali ordinammo banconi e sedie. Io spingevo per i panini, volevo curare la clientela di mezzogiorno, a qualche metro dal nostro negozio avevano costruito gli uffici della Rinascente, cinquecento persone senza mensa. Dissi che era il momento dei toast. Mio zio Peppino mi guardò storto: “Questa chi l’è minga una salumeria, l’è una pasticceria!”».
Totale: cinquecento toast al giorno, altroché caffè, cigni e bignè. Ma bisognava sfamare otto persone: «Incassavamo centocinquantamila lire, non bastavano per l’equilibrio, giù sacrifici». Giù panini e intanto zio Peppino fa lievitare il panettone, memoria di Baj, e i pasticcini diventano «ini» davvero.
Milano, cantava Giorgio Gaber, era un trani a gogò, (vino da taglio, origine pugliese, trani appunto), sbronze zigzaganti. Non c’era altro, o poco. Gattullo diventa, per caso, di colpo, per destino, il casello di entrata della Milano che canta e vive, Gaber, Jannacci, Renato e Cochi, poi Martelli e Lauzi e Bindi, una brigata di amici miei capitanata da Beppe Viola che era una giornalista, che era uno scrittore, che era un poeta, che era un signore, che era un uomo, che era tutte queste cose e mille altre ancora. Domenico cambia il tono della sua voce sulfurea quando ne parla, quando appena accenna il nome e il cognome: «Tu Gattullo, sei al confine del palato, il gozzo gode», parole e pensieri liberi del Beppe che aveva occhi dolci come il suo dire e il suo scrivere. Di sera, davanti a un cannoncino e a un triplospecial si trasformava: «Jannacci inventò il panino del muratore, mortadella e gorgonzola. Enzo era un matto, nervoso, strano. Andava a scuola di karate, dunque sapeva di essere più forte di tutti ma anche il più pericoloso. Là fuori c’è una panchina, ci troverai sempre qualcuno che ti aspetta, anche a Ferragosto, è la panchina di Gattullo, la sosta del pensiero e dell’amicizia. Tiravamo fino alle due di notte, con Diego Abatantuono e la sua brigata, per venticinque anni si è andati avanti così, di giorno l’altra Milano: Craxi e Pillitteri, Aniasi, poi la Bertè, Mina che divorava i pasticcini alla frutta, quelli con le fragoline su tutti, la Parietti golosa e Irene Pivetti che si presentava con la scorta, ogni domenica, per la sua puntuale torta alla frutta. Milano era bella e gentile, i clienti mi ringraziavano, mi facevano i complimenti. Oggi no, oggi è “Fammi”, oggi è “Dammi”, mangiano al bar come se facessero il pieno dal benzinaio».
C’erano sere in cui Domenico prendeva un po’ di farina dal sacco in cucina, andava sul piazzale dove oggi sostano i taxi, tirava le righe di un ipotetico campo da tennis e lì si esibivano in notturna «ma illuminati da due spot che accendevo apposta» i soliti noti, da Renato a Jannacci e gli altri, un dritto e un rovescio, schiamazzi notturni: «Se arrivavano i vigili ridevano con noi, altra vita, altra gente. Quarantasei anni dopo sono stressato, mi fanno male le gambe, ho lavorato in piedi, correndo di qua e di là, tirando su le maniche anche dieci anni fa, quando decisi di comprarmi i muri, con un mutuo che pago ancora oggi. Fu come vincere al Superenalotto, altrimenti mi avrebbero strozzato con gli affitti, avrei fatto la fine di Taveggia. Invece no, sono fortunato, mia moglie Lella ispira, decide, non venderà mai, perché Gattullo, il bar, è come suo figlio». Il figlio c’è già, si chiama ovviamente Giuseppe, appena sposo, educato, sincero, uno che non se la tira come certe belle gioie ereditiere. Lella sta alla cassa, discreta, sorridente. Paziente. Sono loro il triplospecial. Quattordici dipendenti a fare squadra, là dove i milanesi si danno appuntamento, non a Porta Lodovica, sconosciuta ai più, ma da Gattullo.
Domenico sta seduto in un angolo mentre va in scena la commedia di tutti i giorni, con la malinconia di un tempo che se ne è andato anche se i fotogrammi, i più belli, sono fermi, memorie di uomini e notti antiche. Da Ruvo di Puglia a Milano, tra le bombe della guerra, i cannoncini alla crema, il panino del muratore e una panchina. L’importante è resistere.