Da Gattuso a Del Piero: la vecchia guardia vale 8

La squadra merita sei: mai una grande impresa Il ct bravo nel lanciare giovani, ma è poco politico

Un anno vissuto pericolosamente. Dev’essere una specie di tendenza masochista del calcio italiano: rende al meglio nelle difficoltà, tra le curve a gomito di una stagione partita male (1 a 1 con la Lituania, 1 a 3 a Parigi con la Francia), rimediata in corsa (cinque successi di fila) per risalire la china del girone di qualificazione prima del bivio da affrontare a settembre. Gli azzurri campioni del mondo possono chiudere con un 6 la loro stagione, mai esaltata da grandi imprese, mai depressa da scivoloni umilianti.
Nel centro del mirino della critica resta il ct Roberto Donadoni, colpito per mesi da un grave pregiudizio, messo sulla graticola da voci provenienti dalle viscere della federazione e tenuto sotto esame in modo artificioso, processato persino per il carattere (è permaloso, è vero, lui se la prende a torto, e sull’affare si imbastisce un dibattito di nessuna utilità) oltre che per talune discutibili scelte. Il suo voto è 6,5. Ha fatto tesoro di alcune esperienze, non avendone accumulate in precedenza: ha lasciato Del Piero in tribuna con la Georgia, a Kaunas l’ha trascinato in panchina; ha pensato di fare a meno di Pirlo (contro la Scozia), l’ha sottoposto agli straordinari tra Far Öer e Lituania; ha utilizzato fuori ruolo Rocchi e Del Piero, persino Quagliarella che poi ha spazzato via ogni discussione con i due fuochi d’artificio di Kaunas. Non gli è mancato il coraggio per lanciare ragazzi alle prime armi e convocazioni, rilanciarne altri che sembravano perduti: Quagliarella e Di Natale, Diana e Rocchi, Tonetto. Deve sottrarsi alle trappole politiche nelle quali si è infilato, ingenuamente. Abete, il presidente, non è mai stato contro l’inizio del campionato fissato al 26 di agosto, lui si è lanciato a testa bassa contro la Lega di Milano e Galliani pensando di avere gli azzurri dalla sua. E invece, ottenuta la terza settimana di vacanza durante la sosta invernale, Campana l’ha lasciato col cerino in mano. Al ritorno dalla Lituania gli sono arrivate addirittura le scuse pubbliche di qualche giornale. Non si fidi perché se dovesse mancare la qualificazione, il suo destino sarebbe segnato.
Lo scatto maggiore è atteso dalla federcalcio e dal suo presidente Abete (senza voto) eletto da qualche mese e rimasto a guardare. È venuto il momento di preparare la stagione delle riforme, indispensabili (leggi format dei campionati). Sul caso Totti deve prendere l’iniziativa e riannodare il rapporto tra il capitano romanista e il Ct.
Un plauso è d’obbligo per gente reduce da Berlino che non ha mollato di un centimetro: Buffon e Del Piero, Materazzi e Cannavaro, Pirlo e Gattuso, sono da 8, rappresentano i leader del gruppo e intorno a loro è possibile rifondare uno spirito positivo come fece Lippi prima di partire per Duisburg. Il gioco non è mai stato esaltante (voto complessivo 6). Persino contro rivali comodi, c’è stato bisogno di giocate personali, Inzaghi o Quagliarella, o Toni (contro la Scozia) per risolvere ogni problema.