Gattuso: "Il Real dominava l’Europa quando mio nonno aveva 20 anni"

Il centrocampista azzurro, che salterà la sfida di domani sera per squalifica replica ad Aragones: "Il ct spagnolo ha ragione: non sono indispensabile. E lui non si faccia prete"

Baden - Di là fulmini e saette, di qua uno stato quasi di grazia. Effetto palese della qualificazione che cancella l’angoscia e rilancia le quotazioni, a dispetto di piccoli (l’infortunio di Barzagli) e grandi ostacoli (le assenze, per squalifica, di Gattuso e Pirlo) seminati lungo la strada che porta domenica sera al Prater di Vienna. Se Perrotta schiaccia un pisolo fuori ordinanza, è segno che nell’albergo di Baden, quartier generale dell’Italia, regna la suprema serenità. Se Gattuso, provocato da quel volpone di Aragones, risponde con le parole giudiziose di un veterano, è la conferma che tutte le distanze fisiche e tecniche a favore della Spagna si disperdono nel confronto psico-nervoso. Siamo il loro incubo calcistico e non fanno niente per nasconderlo. È vero, nemmeno dalle parti di Baden, c’è la perfezione. Prendete per esempio Antonio Cassano, il pibe de oro del gruppo di Donadoni, reduce da un debutto promettente. Durante il giorno sta attaccato, come un polipo, a Buffon e Gattuso che sono i suoi punti di riferimento: con entrambi lavora, suda, gioca, si diverte. «Sente la musica di Nino d’Angelo e canta le canzoni di Carosone» informa Rino che ne è diventato in pubblico il tutore, il badante suona offensivo. Ma il Cassano giamburrasca non se la sente ancora di affrontare la sala-stampa e le domande dei cronisti, nonostante il diplomatico lavoro di Valentini, i consigli di Riva e le richieste dei cronisti. Cassano non si fida di quel che può uscire dalla sua bocca e perciò declina ogni invito. «Non possiamo obbligarlo a parlare» fanno sapere dalla federcalcio come se per i 23 di Baden ci fossero obblighi scritti solo per soddisfare le esigenze degli sponsor e non quelli dei tifosi. Passi allora che non rivolga parola a Panucci (l’attuale fidanzata del romanista è la ex del barese) ma che tema microfoni e taccuini non è un bel segnale: vuol dire che non si sente pronto per il grande palcoscenico.

Di là fulmini e saette, di qua la nuvoletta Cassano e nient’altro. Perché persino la provocazione di Aragones viene disinnescata da quel campione di umiltà chiamato Rino Gattuso che finisce col dare ragione al Ct rivale. «È troppo anziano per farsi prete ma il suo resta un complimento, Pirlo è indispensabile non certo io» sottolinea dopo aver ricordato ai tanti, ai troppi bisogna aggiungere, che lo davano per finito, atleticamente morto, «avete scritto che non mi reggevo in piedi e adesso state a lamentarvi dell’assenza». Affrontare la Spagna con questo clima è forse l’unico vantaggio dalla parte di Donadoni che deve cedere quasi tutto agli spagnoli, la gioventù, la forza del suo attacco (8 sigilli realizzati, il bomber del torneo, Villa), il punteggio pieno nel girone e via così. «Come gioco somigliano al Barcellona di due anni fa, un palleggio esasperato prima di far scattare il serramanico di Torres o Villa, non sono mai riuscito a conquistare un pallone in pressing» ricorda Gattuso ed è forse un consiglio utile per la serata. Meglio evitare la tonnara del centrocampo in maglia rossa e sistemarsi là dove comincia la difesa azzurra, per evitare giramenti di testa.

«In Spagna funziona tutto» testimonia Panucci che parla quattro lingue e può esibire anche la parentela spagnola (moglie separata e figlio) mentre Gattuso eccepisce e dal suo punto di osservazione sostiene che «trova scandaloso che si possa pensare a un matrimonio in chiesa tra due uomini, ho un’altra idea di famiglia in testa». Piccole evasioni dal tema. Per tornare al calcio e non lasciarsi stregare dallo strapotere economico spagnolo, forse bisogna guardare l’europeo e il calcio con gli occhi di Gattuso. «Cristiano Ronaldo vuole trasferirsi a Madrid, beato lui. Il Real, quando si mette in testa di acquistare un giocatore, lo prende. È riuscito con tutti, tranne che con Kakà. Io non c’entro, io sto bene nella mia famiglia Milan, con cui ho disputato tre finali di Champions in 5 anni. A proposito: quelli del Real hanno vinto 5 coppe di fila quando mio nonno aveva 20 anni» la stoccata che lascia il segno. Di là fulmini e saette, di qua almeno un petardo prima di congedarsi dalla sfida e di prendere posto in tribuna con in tasca le 60 presenze, pari pari a quelle di Rivera.