«La gauche illude una generazione»

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

Ce l’ha con Villepin e Chirac, che definisce «leader incapaci», ma anche con la sinistra «per la sua ipocrisia». E per risolvere la crisi francese propone non più regole, ma più mercato. Va ancora una volta controcorrente lo storico Max Gallo, come dimostra in questa intervista concessa al Giornale.
Professor Gallo, nel suo ultimo saggio, scritto prima che scoppiasse la rivolta contro il Cpe, lei si dice «fiero di essere francese». Lo è ancora?
«Certo, vede io non ce l’ho con i giovani che sono scesi in piazza, i cui riti di iniziazione, peraltro, sono in linea con la tradizione storica, come i ragazzi vestiti da antichi Galli o la studentessa di Bordeaux nei panni di Marianna. Quel che è desolante è il comportamento delle nostre élites politiche, sprovvedute e inette, che non hanno capito qual è il vero messaggio della protesta giovanile».
Ovvero?
«Il problema è che non hanno il coraggio di ammettere certe verità. La prima è molto semplice: il disagio dei francesi non nasce in questi giorni, ma in occasione delle presidenziali del 2002, con il successo imprevisto di Le Pen e si è manifestato anche l'anno scorso con il no, altrettanto inatteso, al referendum sulla Costituzione europea. Perché la gente rifiuta una politica che viene considerata moderna? Rispondere a questa domanda significa rompere finalmente i tabù che da quattro anni impediscono di trovare uno sbocco alla crisi».
Qual è la seconda verità taciuta?
«Che le misure adottate finora, sia sotto forma di Cpe che di contratti a termine, rappresentano soluzioni marginali, che non servono a risolvere il problema di fondo: in Francia ci sono due milioni e mezzo di persone disoccupate e se si considerano le loro famiglie, il malessere riguarda complessivamente dieci milioni di persone».
Dunque come se ne esce?
«Mutando completamente prospettiva. La questione è molto semplice, ma viene sistematicamente elusa: ci salveremo solo se cambieremo le nostre politiche economiche puntando decisamente sulla crescita. La Francia da sola non può riuscirci, perché con l’avvento dell’euro la soluzione deve essere trovata a livello europeo. Quel che mi sconcerta è che la classe politica francese non abbia nemmeno avuto il coraggio di porre la questione ai partner Ue. Hanno tutti paura di parlarne, perché temono di rimettere in discussione dogmi intoccabili. Ma si sbagliano. E la gente si ribella non perché sia contraria all’Europa, ma perché percepisce questa contraddizione».
Quando parla di classe politica include anche la sinistra?
«Senza dubbio. Sono sconcertato dalla sfacciataggine dei leader della sinistra che, tranne Fabius, nel 2005 facevano campagna a favore della Costituzione e oggi cavalcano la protesta. Fanno finta di non capire, ma il problema di fondo è lo stesso di un anno fa. L'importanza del Cpe è simbolica».
Dunque lei pensa che la vittoria della gauche alle elezioni del 2007 non servirà a risollevare la Francia?
«Esattamente. Vede, la sinistra francese assomiglia a quella italiana (benché Prodi sia meno demagogo di certi politici francesi): entrambe sono ostaggio dei partiti estremisti. Per il 2007 non vedo un programma, né una grande politica. In campagna elettorale le coalizioni progressiste fanno promesse populiste, ma una volta ottenuta la maggioranza dopo sei mesi sono costrette a correggere il tiro ed esplode la crisi con l’estrema sinistra».
E invece?
«Invece bisogna rompere i tabù e affrontare la verità di petto. Bisogna avere la forza non di lasciarsi trascinare dalla piazza, come accade ora, ma di indicare con credibilità il cammino per rinascere. La sinistra sta illudendo tutta una generazione».
Eppure c'è chi parla di crisi del capitalismo, condivide?
«Assolutamente no. Non si tratta di rimettere in questione l’economia di mercato, ma di interrogarsi seriamente sui modi per farla funzionare meglio. Dunque dovremmo chiedere con forza a Bruxelles: quali sono le politiche di investimento più appropriate? E quelle monetarie? E quelle strutturali? Dovremmo guardare agli Stati Uniti, dove la Federal Reserve, contrariamente alla Banca centrale europea, non persegue solo politiche deflazioniste. È questo il punto: dobbiamo ridare dinamismo ai nostri sistemi e dunque infondere fiducia. La gente non protesta contro il capitalismo, ma contro l’incapacità delle élites di rilanciare l’economia».
Marcello Foa