Gaudé, il parigino che preferisce scrivere in pugliese

Quando a novembre si è aggiudicato in Francia il Prix Goncourt 2004, il romanzo Gli Scorta di Laurent Gaudé, già noto in Italia per La morte di re Tsongor (Adelphi), è balzato in testa alle classifiche delle vendite. Ma già in agosto, alla sua uscita, aveva riscosso gli onori della critica: «un nuovo mito», «un vero talento», «un romanzo potente e umanista, scaturito da una terra aspra di cui ha saputo appropriarsi» e così via. Laurent Gaudé, 32 anni, non è un esordiente e si sa che i francesi amano coccolare i propri scrittori, quindi dov’è la notizia? Gli Scorta sono una famiglia pugliese, di un piccolo villaggio di pescatori del Gargano, quella «terra aspra» è tutta nostra, il «nuovo mito» - che nel romanzo prende il via nel 1875 con lo stupro di Immacolata Cannito da parte dell’ex galeotto Luciano Mascalone da cui nascerà il bastardo Rocco Scorta, assassino e stupratore a sua volta - è quello di una maledizione antica, che attraversa il sud del nostro paese da qualche secolo: la vendetta per onore. Gli Scorta esce oggi da Neri Pozza e italiani, e pugliesi in particolare, possono giudicare se un francese verace, anzi, un vrai parisien, ci ha descritto con competenza tale da far gridare all’Express «Ebbene sì, i giovani scrittori francesi sanno ancora raccontare delle storie!». «In Francia negli ultimi quindici anni si è affermato il genere auto-fiction - chiarisce Gaudé, arrivato in Italia insieme al suo libro -. Il pubblico si vede proporre di continuo opere a metà tra l’autobiografia e il romanzo, in cui ci si scervella a estrarre le pagliuzze autobiografiche dalla miniera narrativa. Questo è un romanzo classico, una vera storia, quindi un’eccezione. Credo sia questo il segreto del suo successo». E il segreto della sua conoscenza degli italiani? «Ho una moglie nata a Parigi, ma di origini pugliesi. La Tabaccheria Scorta Mascalone Rivendita n. 1, che permetterà agli Scorta di scampare alla miseria, è la tabaccheria che la famiglia di mia moglie aprì a Peschici, che nel libro diventa Montepuccio. Mi sono documentato: Cristo si è fermato a Eboli, Lavorare stanca e Conversazioni in Sicilia mi sono stati di grande aiuto, soprattutto per rappresentare quel tipo psicologico che chiamo “i taciturni”. Ma per capire gli italiani, i libri, i film, la musica non bastano: bisogna viverci. Tutte le estati, da otto anni, passo le vacanze a Peschici con la famiglia di mia moglie. Quando lessi, in Carlo Levi, la scena in cui la domestica anziana si rifiuta di rimanere sola in casa con un uomo, pensavo si trattasse di archeologia del costume. Invece so - frequentando la Puglia - che può ancora capitare. Così come nessun libro e nessun film può restituirmi la verità dello sguardo della nonna di mia moglie quando la vide arrivare al paese venticinquenne “parigina” in minigonna. Sapori, odori, gesti del libro sono miei, della mia famiglia acquisita». I dialoghi e alcuni ritratti, come quello del vecchio asino «Muratti», cui gli Scorta danno da fumare piccole fascine di foglie secche per farlo avanzare carico di tabacco sotto il sole e che, quando la fascina si accorcia, «sputa il mozzicone con fare spavaldo», hanno davvero un sapore più che mediterraneo, salentino. Comunque un francese che racconta una saga pugliese è un caso letterario singolare, non trova? «La singolarità è che esista un precedente. Talmente simile da risultare incredibile: Roger Vailland, romanziere francese che i miei genitori leggevano a scuola, ha ambientato nel Gargano, in un paese tra Vieste e Peschici, un ottimo romanzo, La loi. Scritto nel 1947, vinse anch’esso il Goncourt. Nel 1959 Jules Dassin ne trasse un film: La legge con Mastroianni, Brasseur e la Lollobrigida. Spero che anche agli Scorta il destino riservi la stessa sorte».