GAUGUIN Fuga dall’Occidente

Il sogno della rinascita artistica si avvera in un «altrove» ancora incontaminato

La fortuna popolare di Gauguin deriva dal fatto che ha rappresentato artisticamente un mito di derivazione illuministica ancora oggi attuale, il culto del “buon selvaggio” che portava l’uomo dell’Occidente evoluto a cercare la sua purezza perduta nel mondo primitivo. Al culmine della maturità, Paul Gauguin decide di rifugiarsi in una zona lontana dal mondo, interrompendo i rapporti con la propria civiltà: a Tahiti. Già dai tempi della scuola di Pont-Aven, dopo il distacco dall’Impressionismo, Gauguin aveva intuito che la ricerca più avanzata del momento andava in direzione del primitivo. Se da una parte la civiltà occidentale si perfezionava nella tecnologia, dall’altra l’arte compiva un percorso inverso, puntando a un’essenza espressiva in cui moderno e primitivo coincidono.
Ricominciare vuol dire tornare alle origini, ed è questa la chiave per intendere gran parte dell’arte del Novecento, il cui simbolico inizio si potrebbe forse far risalire al momento in cui Gauguin e Van Gogh si separano ad Arles, il 24 dicembre 1888. È questo il momento per il quale si potrebbe parlare di morte dell’arte, o meglio di un’arte. Seguita da una istantanea, prorompente rinascita di un’altra, segnata dall’ultimo Cézanne, da Picasso, da Matisse, da Braque.
Gauguin è stato il primo, come ha scritto René Huyghe, «a prendere coscienza della necessità di una rottura perché potesse nascere un mondo moderno, il primo a sfuggire alla tradizione latina, disseccata, ossificata, moribonda, per ritrovare tra le leggende barbare e le divinità primitive, l’impeto originario, ed è stato anche il primo a osare lucidamente di trasgredire e anche di respingere la realtà esterna insieme al razionalismo. Mentre l’arte occidentale aveva come proprio perno il noto, egli vi ha sostituito l’ignoto. Al di là delle costruzioni plastiche, di cui pure ha insegnato all’arte moderna la libera creazione, ha intuito le terre sommerse dell’anima, le loro intatte potenze in cui la civiltà decrepita e raffinata potrebbe ritemprarsi».
L’originalità di Gauguin è tale e così profonda che se oggi noi ne sentiamo tutta la grande novità di linguaggio, ciò si deve a un vero e proprio sradicamento culturale. La sua opera, probabilmente, prende luce e diverso senso dai capolavori della maturità, dipinti in una immersione non solo nelle forme ma anche nei contenuti del mondo primitivo. L’Occidente è finito non soltanto nelle sue immagini, ma non può resistere neppure nelle sue ragioni storiche. Gauguin sta già oltre la storia.
Egli, prima del Doganiere Rousseau e di ogni altro, intese la pittura come strumento della natura, in una ricerca della verità delle cose e dei sentimenti. La civiltà è corruzione. Ma qui nasce la contraddizione, giacché Gauguin non è un artista primitivo, ma colto e di grande eleganza formale. Capolavori come Nave Nave Mahana (Giorni deliziosi) sono i primi monumenti di un classicismo intatto nella semplificazione del disegno e nella riduzione ai colori puri. Ammirando Gauguin noi intuiamo che la radice prima di ogni ordine è la libertà di chi lo impone.
Gauguin cambia il proprio mondo. Deve fuggire, deve partire, deve salire su un battello, deve andare a vedere dove non c’è nessuna traccia della cultura occidentale, nessuna traccia del mondo classico, nulla... un altro mondo. Importante premessa di quella ricerca che farà Picasso con le maschere primitive, per dire che non ha più nessun rapporto con la civiltà occidentale. Picasso lo farà all’inizio del Novecento. Il precursore è Gauguin, il quale cambia lo scenario della propria vita. Il tema della fuga ha fondamenti nella letteratura e nella pittura di fine Ottocento. Bisogna andare via, bisogna partire, bisogna trovare altri luoghi. Un altrove, un altrove che non si sa quale sia, quello che non hai più, che non puoi più trovare nel tuo mondo.