Gavino Sanna: "Renato è bravo solo a dire bugie"

Cagliari - Dopo Kramer contro Kramer, ecco Sanna contro Sanna. Cinque anni fa l'algherese guru della pubblicità creava il fortunatissimo «Meglio Soru» per il futuro governatore della Sardegna; oggi invece è dietro le quinte della campagna di Ugo Cappellacci, il candidato del centrodestra. Al quale, distillando vetriolo, ha suggerito di paragonare Mister Tiscali all'Aids: «Se lo conosci lo eviti».

Gavino Sanna, lei nel 2004 non conosceva Renato Soru?  
«Di fama. Mi telefonò lui mentre passeggiavo sul lungomare».

Era già sceso in campo?
«Non ancora. Accettai di vederlo, da sardo rispettoso di un sardo di successo. Seguì un mese di silenzio, poi Soru volle vedermi di nuovo. A Milano, a casa mia, mi raccontò una storia della Sardegna talmente appassionata e appassionante che sentii dentro di me la mia terra, quella che da comunicatore ho sbandierato nel mondo».

Un incantatore.
«Questo matto di successo che abbandonava tutto per cinque anni (aveva solennemente promesso che sarebbe stata una parentesi), mi colpì. Per tutta la campagna elettorale sono stato con lui, scoprendo un carattere difficile, scontroso, con anfratti bui, tutte cose che ho usato come simboli di “sardità”».

E il fatidico «Meglio Soru»?
«Mauro Pili, il suo avversario, mi confessò che il giorno in cui vide quei manifesti sui muri di Cagliari ebbe la precisa sensazione di aver perso. Ma questo khomeinista si rivelò ben presto un Doctor Jekyll e Mister Hyde».

Quando se ne accorse?
«Il suo ringraziamento la sera della vittoria elettorale fu un sms: “Complimenti. Renato”. Fine delle trasmissioni. Poi sono cominciati i fattacci».

Quali?
«Li ho raccontati in un libello, “La pipì controvento”. Direi che l'episodio chiave fu lo scandalo di Tuvixeddu».

Soru che blocca il recupero di una zona degradata presso una necropoli fenicia a Cagliari.
«Stravolse un progetto già approvato. L'architetto francese da lui incaricato elaborò un inno al cimitero, scrivendo che “bisognava avere rispetto e godimento per questa atmosfera cimiteriale”».

Ha collaborato con Soru presidente?
«Mi commissionò il nuovo marchio dei Quattro Mori e il padiglione della Regione per la Borsa del turismo dove il logo sarebbe stato presentato. Non voleva il solito nuraghe di cartapesta ma “un'espressione del cambiamento di cui abbiamo spesso parlato”».

Come finì?
«In corso d'opera dimezzarono il budget iniziale. Poi fecero a pezzi la mia proposta. E in quelle polemiche infinite Soru non si è mai affacciato a dire: guardate che Gavino ha fatto ciò che gli ho detto io».

Così è passato alla concorrenza.
«Non ho avuto esitazioni quando lo staff di Cappellacci mi ha interpellato. Mi torturava la cupezza, la tristezza in cui è piombata la mia terra in questi anni. Da lì è nato lo slogan “Sardegna torna a sorridere”. Bisogna ricostruire, ridare fiducia e smantellare le fandonie raccontate in questi anni».

Le «bugie in abito di velluto».
«Adesso non porta la cravatta ma maglioncini e giacche di velluto come i pastori. Mi piacerebbe sapere di quale stilista sono. Un padrone vestito da servo è una vigliaccata verso la povera gente».

Ha trovato un motto più efficace di «Meglio Soru»?
«I muri sardi sono pieni della mia campagna del 2004, esattamente la stessa: ma allora aveva un valore, avevamo speranze, oggi no. Così ho ideato “Meglio di Soru”. Gli altri slogan sono “Sardegna fatti furba” (richiamo al progetto “Sardegna fatti bella”, ndr) e “Meglio uniti che Soru”».

Che effetto fa combattere con se stesso?
«Al mattino mi guardo allo specchio e mi dico: oggi sono più bravo di te».

È suo anche lo spot del palloncino sgonfiato?
«Quello ce l'hanno mandato, è una cosa fatta in casa, arte povera ma dal grande significato».

Che cosa pensa adesso di Renato Soru?
«Rispondo con la didascalia a una delle tante caricature che gli ho fatto: l'anemico pubblico numero uno».