Gay parte civile per il convivente assassinato

Vivevano insieme da 25 anni. Una coppia a tutti gli effetti, anche per i vicini di casa. Ma la prima legittimazione di quel legame omosessuale è giunta, paradossalmente, dopo che quello stesso legame è stato reciso per sempre dalla morte violenta di uno dei due partner, ucciso nel suo appartamento da un rapinatore rumeno. Con una decisione inattesa il gup del tribunale di Roma, Claudio Carini ha riconosciuto come parte civile il convivente di un omosessuale, Roberto Chiesa, ucciso a Roma il 7 marzo scorso. Il gup ha ammesso al processo Mario Chinazzo, 67 anni, riconoscendogli il «danno diretto e consequenziale» per l’omicidio. Anche la sorella di Chiesa, Graziella, è stata ammessa a partecipare al processo che comincerà l’8 novembre prossimo. Il giudice non ha ammesso, invece, come parti civili il comune di Roma e l’Arcigay. L’omicida, un rumeno di 23 anni, Georga Alin Chisereu, ammise le sue responsabilità dopo la cattura. Mario divideva l’appartamento con Claudio Chinazzo. «Avevo molti dubbi sul fatto che sarebbe stata accolta la costituzione di parte civile. Mi spiace che non si stata accolta quella del Comune. Ho diviso la vita con Mario per 25 anni e avevo il terrore che non mi riconoscessero nulla dopo la sua morte. Mi faceva star male il pensiero di non essere nessuno per la legge. Durante l’istruttoria cercavo di informarmi sullo stato delle indagini ma non avevo risposte perché per il Pm non ero nessuno e non avevo diritti. Questa decisione mi ha tolto un peso».