La «Gay Street» serve solo ad alimentare l’omofobia

Caro dottor Granzotto, le scrivo mentre con un orecchio ascolto la puntata di Primo Piano su Rai3. Si parla degli omosessuali e della presunta continua discriminazione alla quale questi signori verrebbero sottoposti. Addirittura, c’è un collegamento in esterna per seguire il taglio del nastro che inaugurerà la «Gay Street» (sic!) in zona San Giovanni a Roma. A Napoli si direbbe «’a via do’ ricchione». A parte la premessa iniziale della giornalista inviata sul posto, che trattasi di manifestazione pacifica (ma perché oggidì fa notizia - tanto da essere sottolineato - il carattere «pacifico» di qualsiasi manifestazione?), è tutto un susseguirsi di grida d’allarme contro la società «normale» che discrimina gli omosessuali. Eppure io non avverto tutto questo ostracismo nei loro confronti. Le chiedo, pertanto: è giusto per lei che una circoscrizione del Comune di Roma si sia data tanto da fare al punto di promuovere tutta questa gazzarra? Credo che la capitale necessiti di ben altri interventi, o no? Grazie e cordialissimi saluti.
Va così, caro Antonielli. Al fixing dei guai planetari il riscaldamento globale cede il primato alla omofobia che diventa quindi, nel sentire della politica progressista e della società civile e in molti casi ciula, il problema dei problemi. Per me va tutto bene e dunque figuriamoci se non mi va bene l’omosessualità. Sempre che non diventi obbligatoria, ben inteso. Però se omofobia è lo strabuggerarsi dei gay, dei loro pride, del loro vittimismo, della loro querula ricerca del consenso e della loro petulante brama a omosessualizzarci tutti, allora sì: sono omofobo. Se omofobia è il disagio estetico alla vista dei gay trine e merletti, sculettamenti, kiss kiss e sembiante da Elenora Duse in versione camionista, ebbene sì, sono omofobo. E siccome ho il forte sospetto che l’ultima trovata del flaccido Veltroni, la (pedonalizzata) «Gay Street» del Celio, finisca per tradursi in una ridondante passerella della più stereotipata checcaggine, temo proprio che finirà per alimentare quella omofobia che al solo nominarla fa correre un frisson lungo la schiena del simpatico Alessandro Cecchi Paone (e della società civile tutta).
Ha un bel dire l’assessore capitolino alle Pari opportunità, Cecilia D’Elia, secondo la quale la «Gay Street» deve trasformarsi in un «luogo di aggregazione e di solidarietà». La ricerca e il conferimento di zone protette, di «luoghi dedicati», denuncia innanzi tutto una spiccata eterofobia (e te la saluto la solidarietà); in secondo luogo esprime l’incoercibile pulsione a vedersela e a sbrigarsela fra di loro, loro gay, intendo (e te la saluto, l’aggregazione). La presenza, in forma ufficiale, del ministro della Repubblica Giovanna Melandri alla inaugurazione della «Gay Street» (Veltroni, il deus ex machina, figuriamoci: se la sta spassando alle Maldive, lui) ha solo aggiunto un tocco malinconico all’evento: stesse parole, stesse espressioni, stesso stato d’animo, stessa atmosfera di un incontro con i profughi del Darfur.