Gay Talese

Quattordici piccoli-grandi capolavori di giornalismo. Anzi, di New Journalism, come venne chiamato in America negli anni ’70, proprio grazie al suo acume di osservatore e al suo stile di narratore, il nuovo modo di raccontare la cronaca e i suoi protagonisti. Gay Talese, che oggi ha 78 anni, è stato definito «poeta della quotidianità», ma ha sempre preferito glissare sulla lusinghiera etichetta, e limitarsi a confessare: «io volevo solo scrivere come Fitzgerald». E ci è riuscito. Le sue storie, 14 delle quali, appunto, sono state ora riunite nel volume da oggi nelle librerie, Frank Sinatra ha il raffreddore. Ritratti e incontri (Bur Rizzoli, pagg. 314, euro 12), lo confermano.
È stato Talese stesso a dichiarare che la propria fortuna come scrittore e giornalista è dovuta non al talento, ma a una «intensa curiosità», facendo un confronto fra se stesso e John Updike, che secondo Talese è cresciuto «in mezzo a gente che non faceva altro che continuare a ripetergli quanto fosse bravo». Ciò che colpisce l’attenzione di Talese non sono i grandi protagonisti della Storia, ma i personaggi marginali. E così, mentre scrive un servizio di sport si sofferma a guardare la gente comune, il pugile che perde, il personaggio che non raggiunge mai la copertina. Perché le notizie da prima pagina finiscono per schiacciare lo scrittore. E così comincia a parlare di una partita di baseball attraverso il filtro di una coppia che litiga: ciò che i due si dicono e la partita che stanno guardando. Comincia a origliare negli spogliatoi degli atleti, quei posti misteriosi, lontani dai palchi dei trionfi. E tira fuori articoli, come quello su Joe Di Maggio, dove il giornalismo è narrare e non più il solo e semplice «riportare» i fatti.
Venne tacciato di fare fiction, ma con lui stava nascendo un nuovo modo di fare reportage. Dopo dieci anni al Times (dove impara ad attenersi rigorosamente ai fatti, lezione che lo fa tutt’oggi sentire a disagio nei confronti dell’etichetta New Journalism, dato che in questa rientrano molti autori che inventano o romanzano la realtà), cominciò ad avvertire i limiti di scrivere pezzi con un numero di battute limitato. Voleva fare lavori a più ampio respiro. Cercò un magazine. Trovò l’Esquire. È il ’65, gli viene fatto un contratto di sei articoli per un anno. Il primo pezzo che gli viene commissionato è su Frank Sinatra. «Un altro pezzo su Sinatra!?» pensa Talese. Ed è un compito difficile, perché da anni Sinatra si rifiuta di lasciare interviste all’Esquire. Talese segue il cantante per tre mesi, e conosce i membri del suo entourage, le persone che lo circondano. Senza entrare in contato con lui, respira il suo ambiente e registra le sensazioni che ciò gli procura. È uno stile sconosciuto al giornalismo dell’epoca, fatto di dialoghi, narrativa in terza persona, descrizioni del mood. Nell’articolo che dà il titolo alla raccolta racconta Sinatra attraverso la sua vita privata, i figli, il rapporto con la ventenne Mia Farrow, le accuse di amicizie con leader mafiosi.
La prima volta che Talese vede Sinatra dal vivo «The Voice» ha un bicchiere di bourbon in una mano e una sigaretta nell’altra: è in un angolo del bar, tra due bionde fascinose che aspettano che lui dica qualcosa. Ma Sinatra tace, il suo umore è pessimo. Gli è capitato qualcosa che lo getta in uno stato di angoscia e profonda depressione: ha il raffreddore. E Sinatra con il raffreddore, dice l’autore, è come Picasso senza pennelli. Nasce così Frank Sinatra ha il raffreddore che segna il punto di partenza del New Journalism, dichiarato dalla redazione dell’Esquire come il miglior pezzo mai pubblicato.
Nei suoi articoli Talese attraverso i personaggi che ritrae registra lo spirito dei tempi, il romanzo nascosto dietro la realtà. Non sempre si tratta di personalità famose, è il dietro le quinte che lo interessa. Le sue sensazioni si mescolano ai fatti. È la tecnica con cui ha scritto altri importanti libri come Onora il padre (Mondadori, 1985, poi riedito da Tea, ma da anni diventato un introvabile fuori catalogo). Oggi il New Journalism di Talese è ormai un fenomeno del passato, ha smesso di lavorare a Esquire, e ha recentemente dichiarato alla Paris Review che il mondo del giornalismo è cambiato «ma il mio modo di lavorare ha conservato lo spirito pionieristico. Faccio colazione da solo, con succo d’arancia e muffin e caffè, e poi mi metto a lavorare sugli appunti presi in giro. Scrivo a mano e mai più di una pagina al giorno».