Gaza, attenti agli abbagli

Arrivano gli ospiti: a Sharm el Sheikh domani in un summit al limite fra l’emergenza e l’inconsistenza, il padrone di casa Hosni Mubarak si incontra con re Hussein di Giordania, altro leader del fronte moderato, con Abu Mazen, ormai presidente della Cisgiordania, Fatahstan, da quando Gaza è nelle mani di Hamas, e Ehud Olmert, primo ministro israeliano. Un summit d’emergenza, increscioso, pieno di problemi per tutti data la vittoria di Hamas a Gaza.

Ognuno dei partecipanti sente che la circostanza è fatale. L’Egitto di Mubarak, che ieri ha lanciato una sua personale condanna definitiva contro Hamas, sente che il confine del Sinai con Gaza è ormai bollente perché i suoi Fratelli Musulmani e Al Qaida si aggiustano alla nuova battaglia per il Cairo; Abu Mazen, sconfitto a Gaza, gioca tutte le sue carte sull’aiuto internazionale e combatte nel bastione dell’West Bank l’ultima battaglia; Olmert appena tornato da Washington teme due guerre sul confine, Hamastan e Hezbollah, ma sulla scia della «visione dei due Stati» di George Bush, intende appoggiare l’unico interlocutore all’orizzonte, Abu Mazen.

Cosa può uscire fuori da Sharm? Certo una condanna di Hamas e il sostegno ad Abu Mazen. Ma soprattutto, una consolazione di fronte a una situazione difficile politicamente e orribile dal punto di vista dei crimini cui abbiamo dovuto assistere, con tagli di testa, fucilazioni di donne, assalti agli ospedali.

Abu Mazen può sanare la ferita politica e morale dei palestinesi? Gli Stati arabi possono compiere azioni rilevanti? Il prezzo anche solo per tentare è molto alto, e vorremmo porgere qualche sommessa raccomandazione alla nostra diplomazia europea: per favore, non cedete al solito vizio, non sorridete come se l’incontro fosse già in sé un risultato, come se fossimo di fronte a qualche adorato «processo di pace», non lo siamo; questo è il giorno dopo un altro sogno inutile, Hamas non solo non è mai stato, come qualcuno pensava, un possibile interlocutore, ma un’organizzazione malvagia e terroristica contro il suo stesso popolo.

Numero due: concentratevi sull’indispensabile ruolo dell’Egitto nell’attuale crisi mediorientale: Mubarak per il suo bene deve finalmente fermare il flusso delle armi dal Sinai a Gaza, suggerite di impegnarsi pubblicamente.

Numero tre: spingete i partecipanti ad affrontare apertamente il tema Iran, così che Ahmadinejad avverta concretamente l’opposizione araba moderata, perché dopo la seconda grande crisi che nasce nel Golfo Persico, la terza può comportare un’esplosione generale.

Quattro: chiedete al re se pensa di rinfrescare, naturalmente d’accordo con Abu Mazen, una politica di responsabilità verso il West Bank; una confederazione oggi sarebbe una mano santa per i palestinesi e per tutto il mondo.

Cinque: spiegate francamente ad Abu Mazen che ci si aspetta da lui il disarmo delle milizie dei tanzim, delle Brigate di Al Aqsa, degli altri gruppi illegali. Sì, sappiamo che l’ha già annunciato, e che già gli armati come Zacharia Zbedi da Jenin gli dicono che «ci saranno condizioni». Bene: prima o poi anche Abu Mazen deve pur dare prova di esistere, e se non l’ha data combattendo contro Hamas, ora è la sua occasione di mostrarsi forte.

Infine, e il numero sei è il più difficile fra tutti i suggerimenti, che gli europei cerchino di trattenere quel tic, quell’impulso vano per cui si fantastica che quante più concessioni Olmert porterà, quanto più grande sarà la borsa di denaro e lo smantellamento di check point con cui si presenterà, tanto meglio andranno le cose. Be’, come consiglio numero sette, io consiglierei all’Europa di stupirci tutti e di frenare Olmert dicendogli: fai bene, ma verifica se Abu Mazen può a sua volta mantenere le promesse.
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