Gaza e il voto che nessuno vuole

Da mezzogiorno di ieri, la fragile tregua stabilita poche ore prima fra Hamas e Fatah è svanita fra il rinnovarsi degli spari, dei morti e dei feriti. Il mondo, vedendo Blair in visita da Abu Mazen e sentendo quest’ultimo invitare Olmert a parlare, cerca di aggrapparsi ancora alla speranza. Ma dove può fermarsi lo scontro in atto tra le due fazioni storiche dei palestinesi e a che cosa può portare nel conflitto con Israele? Bisogna, per capire, accettare di mettere in giuoco il nostro stesso assetto mentale rispetto al conflitto mediorientale: niente è più ciò che era nel Medio Oriente, nessuno schema antiquato regge alla dura sfida della realtà odierna. Quindi, se non vogliamo che le opinioni dell’Europa e dell’Italia in particolare risultino irrilevanti rispetto alla ricerca della pace, è indispensabile rinnovare il nostro pensiero.
Un’organizzazione che si sente dipendente solo dagli ordini divini, Hamas, è arrivata al potere. Con questo ha a che fare Abu Mazen e il mondo. Per esempio, lo spiega un importante rappresentante di Fatah, Sofian Abu Zaide, ex ministro per i prigionieri, proprio ieri rapito e rilasciato nel giro di poche ore a Gaza: «Con Hamas nel passato abbiamo già avuto scontri terribili: qualcuno ricorderà che Arafat fece imprigionare alcune centinaia dei suoi militanti. Ma non è mai accaduto che i suoi uomini abbiano ammazzato a sangue freddo tre bambini perché figli di uno dei nostri; né che, come è accaduto domenica notte, da un campo profughi sia stato trascinato a morire un quarantenne sconosciuto in mezzo alla sua famiglia. Non è mai accaduto prima che si sia arrivati a sparare a un primo ministro, né che siano state assediate le abitazioni del Presidente, e nemmeno di personaggi come Mohammed Dahlan... Lo sfondo di tutto questo è l’accusa fatale che Hamas fa a noi, i laici nazionalisti di Fatah, di essere non traditori, come hanno detto in passato, o incapaci nella lotta contro il nemico comune. L’accusa oggi è quella di essere kafir, miscredente, un rinnegato rispetto all’Islam». Di fatto, questa è la novità che, per esempio, è tanto temuta in Egitto dal potere vigente: che gli integralisti islamici prendano il potere, e lo gestiscano secondo regole che ritengono promanare direttamente da Dio e di cui essi pensano di essere i diretti interlocutori. Una tale fede nel campo palestinese dominato un tempo da nazionalisti laici, è nuova. Dice Abu Zaide, in sostanza, che per Ismail Haniyeh, il ministro in carica dall’anno scorso, e per i suoi, e ancor più per Khaled Masha’al che sedendo a Damasco ha direttamente a che fare con i capi della jihad internazionale, contano, più dei bisogni dei palestinesi, gli ordini di Ahmadinejad. L’orizzonte dello Stato palestinese è molto secondario rispetto a quello dell’Ummah dei credenti. Ogni compromesso rispetto all’idea di condividere quella che per loro è terra islamica con gli ebrei e con l’Occidente in generale, è semplicemente inconcepibile. Il gioco di squadra con l’Iran è ritenuto da Hamas una garanzia e anche un dovere.
Hamas non ha nessun interesse, se non nell’immediato, finché non sia sicuro di tenere in pugno tutti i palestinesi, alla democrazia in quanto tale. Tuttavia in base alle regole democratiche istituite con le elezioni, Hamas ha conquistato il governo: finché Hamas pensa che questo le dia una buona carta per ricevere eventuali finanziamenti dal mondo la democrazia serve. Ma Abu Mazen ha deciso di andare a vedere questo giuoco: una volta stabilito che la priorità di Hamas è la vittoria di Dio e non dei palestinesi, ha proposto di andare alle elezioni e quindi di fermare una collaborazione di fatto inesistente. Di fatto, le sue proposte per un governo di coalizione sono tutte fallite.
Ma Abu Mazen intende andare veramente alle urne? Non gli sarà facile nei fatti, perché Hamas non vuole, e forse anche lui non lo desidera. Le elezioni potrebbero dare a Hamas una vittoria che gli darebbe la Presidenza oltre al Primo ministro: il potere totale. Quello che col suo giuoco pericoloso Abu Mazen cerca di fare nell’immediato è piuttosto segnalarsi come leader che può restituire legittimità internazionale e quindi benessere ai palestinesi, e riproporli come interlocutori per l’Occidente. Ma Hamas non ci sta, e dopo aver respinto il governo di coalizione, lo accusa di golpe se andrà alle urne. Il governo gli è sempre più caro. Ormai sul terreno ci sono i ben 250 milioni di dollari promessi a Haniyeh per i prossimi sei mesi, e soprattutto c’è la percezione di aver trovato nell’Iran uno Stato guida che promette di distruggere Israele, il suo «retroterra strategico», come ha detto.
Bisogna anche considerare che per Hamas la vittoria democratica che esso ha tanto esaltato quando si è trattato di proporsi al mondo come legittimo indirizzo per ricevere i fondi internazionali, non è che un momento di passaggio verso la vittoria dell’Islam, e non ha valore di per sé. Hamas nel rifiutare le condizioni del Quartetto (riconoscere Israele e i patti conclusi con esso, rinunciare al terrorismo) non fa altro che il suo mestiere di parte integralista islamica: ogni proposta di hudna temporanea non è che un trucco per ottenere che l’«Entità sionista» lo lasci riprendere fiato e armarsi fino ai denti per lo scontro finale.
Alla fine, di fatto, né Abu Mazen né Haniyeh hanno interesse a spararsi nelle strade fino a sfinirsi, ma la via d’uscita è difficile; quello che potrebbe accadere è stato segnalato ieri dal missile kassam che Hamas ha trovato il tempo di sparare contro un kibbutz del Negev occidentale da Gaza. Se si alzerà il livello dello scontro con Israele, Tzahal compirà azioni per fermare gli attacchi e l’unità palestinese si ricostruirà nell’escalation contro Israele. Israele si aspetta una crescita del terrorismo nei prossimi giorni.
Intanto, in uno stadio intermedio, ci si può aspettare che le due parti decidano di consolidare il loro potere l’una a Gaza (Hamas) e l’altra nel West Bank (Fatah), tenendo in ostaggio gli uomini delle forze avverse che vivono di qua e di là. Hamas può puntare a fare di Gaza una repubblica islamica ripulita dai kafir di Fatah, e il West Bank può essere la mano palestinese che intrattiene rapporti con l’Occidente e parla con Israele, ricevendone in cambio aiuti e armi. Le elezioni, che nessuno vuole veramente, saranno rimandate. La speranza europea, americana e israeliana in Abu Mazen troverà terribili ostacoli sulla sua strada, tanti quanti ne pone l’integralismo islamico in tutto il mondo. La democrazia che tutti seguitano a evocare sarà ancora a lungo lo scenario controverso della minaccia dei Kalashnikov. Insomma: affrontare la questione israelo-palestinese oggi non ha più a che fare solo con le intenzioni e la buona volontà delle due parti.