Gaza, è giallo internazionale sul reporter della Bbc rapito

Alan Johnston, se ancora vivo, rientrerebbe nei negoziati per il rilascio di prigionieri tra israeliani e palestinesi

Alan Johnston sembra trapassato nel limbo dell’incertezza. Non è ufficialmente morto, ma di certo è un po’ meno vivo. Seppur surreale, seppur assurdo, seppur senza senso, quel comunicato un po’ l’ha ucciso. E più del suo annunciato e non provato assassinio, continua ad ammazzarlo la desolante assenza di notizie. All’indomani del comunicato delle “Brigate del Monoteismo e della Guerra Santa” nulla sembra confermare l’uccisione. Nessuno, leader palestinesi compresi, sembra però in grado di provare l’esistenza in vita del 44enne corrispondente di origini scozzesi della Bbc.
E il dubbio incomincia a far tremare i polsi di parenti e amici. «Viviamo un momento disperatamente preoccupante», fanno sapere gli anziani genitori scozzesi di Alan. «Chiediamo con il cuore spezzato a chiunque conosca la situazione di Alan di contattare le autorità palestinesi, nostro figlio ha trascorso gli ultimi tre anni a Gaza facendo conoscere al mondo le storie dei suoi abitanti - ricordano disperati papà Graham e mamma Margaret – chiediamo a tutti di aiutarci a metter fine a questo travaglio».
Anche la Bbc, per quanto il direttore generale Mark Thompson ricordi che l’uccisione del corrispondente a Gaza resta soltanto una «voce non confermata», mette da parte il rigoroso aplomb. «Siamo molto preoccupati per la sua sorte e lavoriamo con le autorità palestinesi e britanniche per avere urgenti chiarimenti», annunciava ieri l’emittente pubblica britannica. Ma per avere chiarimenti bisognerebbe sapere a chi rivolgersi. Fino a domenica tutti giuravano che Alan fosse nella mani del clan di Mumtaz Dormush, un brigante di guerra al margine tra criminalità comune e militanza politico-religiosa impostosi come capofila degli striminziti gruppuscoli palestinesi vicini ad Al Qaida.
Complici di Hamas, lo scorso giugno, nel rapimento del caporale Gilad Shalit, Mumtaz Dormush e il suo “Esercito islamico” entrarono poi in conflitto aperto con il gruppo fondamentalista. Per quanto «idealmente» vicino a Osama Bin Laden, Dormuz si è sempre dimostrato più attento agli intessi personali e del proprio clan che all’ideologia. Mandante la scorsa estate del rapimento di due giornalisti dell’emittente americana Fox Television, Dormush gestì il sequestro fino a quando non riuscì a ottenere un milione di dollari dallo squattrinato governo di Hamas. Ma né lui, né altri a Gaza hanno mai usato il nome “Brigate del Monoteismo e della Guerra Santa”, una sigla associata unicamente alla cellula irachena di Al Qaida fondata nel 2004 dal defunto terrorista Abu Musab Zarqawi.
A questo punto, dunque, le ipotesi sono due. La prima, più pessimistica, è che Alan sia morto per le ferite riportate durante il sequestro e il comunicato sia un tentativo di scaricare ogni responsabilità su un gruppo inesistente. L’altra, più cinica, ipotizza un collegamento con la “giornata del prigioniero”, celebrata ieri a Gaza e in Cisgiordania per chiedere la liberazione degli oltre 9mila detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane.
E Hamas, approfittando delle celebrazioni, ha inneggiato al rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit ricordando che solo il sequestro di altri soldati dell’esercito ebraico garantirà la scarcerazione dei detenuti palestinesi. «Visto il fallimento di tutte le trattative, rapire soldati e scambiarli - spiega un comunicato di Hamas - è la miglior soluzione per ottenere la liberazione dei nostri eroi».
Le trattative per la liberazione del caporale Gilad Shalit potrebbero portare, tra l’altro, al rilascio di Marwan Barghouti, il segretario generale di Fatah condannato a vari ergastoli con l’accusa di terrorismo. Il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, Ismail Haniyeh, ha infatti confermato l’inserimento del nome di Barghouti nella lista di prigionieri da scambiare con il caporale israeliano.