Gaza, i palestinesi liberano tutti gli ostaggi

Retromarcia dei Paesi arabi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione anti-israeliana dopo la minaccia di veto americana

Gian Micalessin

Il giorno dopo tra le rovine di quel carcere non rimane in piedi niente e nessuno. Con recinzioni, celle e palizzate si sono sgretolati l’ultimo briciolo di reputazione di Abu Mazen, l’ultimo grammo d’autorità delle istituzioni palestinesi. E la rabbia di quel presidente che vagando tra le rovine della prigione sventrata accusa Israele, Londra e Washington, riecheggiano come i lamenti un uomo sempre più solo. Sempre più isolato. Sempre più, come direbbe l’impietoso ministro degli Esteri israeliano, irrilevante. L’inclemente signora Tzipi Livni gli ha cucito addosso quel marchio senza speranza due settimane fa. L’onta di quelle guardie e di quei prigionieri in mutande trascinati via dai soldati israeliani gliel’ha affondato nelle carni. E a migliorar la deprimente situazione della presidenza palestinese non contribuisce neppure il rilascio degli ultimi quattro ostaggi stranieri rapiti dai militanti dell’Fplp subito dopo il raid israeliano di martedì. Man mano che il giornalista sudcoreano, i due cittadini francesi e l’operatore umanitario canadese arrivano alla sede della sicurezza preventiva di Gaza e salutano i loro sequestratori si capisce che l’Anp ha fatto ben poco per ottenerne il rilascio. Chi li ha rapiti per protestare contro l’indifferenza del mondo ha anche autonomamente deciso di liberarli dopo la resa del proprio capo e la sua consegna agli israeliani. Insomma neppure in questo lieto fine Mazen sembra esser riuscito a giocare un ruolo determinante.
Certo il presidente denuncia gli israeliani e il loro «crimine orrendo e imperdonabile», accusa il nemico di aver violato tutti gli accordi, definisce illegali tutti i suoi arresti. Ma ormai chi l’ascolta? L’unica parte del suo discorso che tutti sembrano percepire è quella dedicata all’umiliazione palestinese. Quella sì colpisce. Colpisce una comunità internazionale che si chiede se ormai abbia un senso considerare anche soltanto un simbolo quel presidente. Colpisce gli israeliani che capiscono d’avergli assestato una mazzata politica che va ben al di là della semplice cattura di sei delinquenti. Colpisce i palestinesi che si chiedono se abbia più un senso mantenere la finzione di un’Autorità palestinese. Il primo a farlo capire è Saeb Erakat. Il protagonista di mille negoziati dell’era Arafat è lì, tra le rovine, accanto al nuovo capo. Ma mentre quello allude al complotto internazionale sottolineando i soli dieci minuti intercorsi tra il ritiro degli osservatori americani e inglesi e la comparsa sulla scena dei carri armati con la stella di David, Erakat sottolinea il «duro colpo inferto all’Anp e al presidente». E a rimarcarlo contribuisce la lettera, indirizzata a Mazen, in cui decine di esponenti di Fatah lo esortano a riconoscere la fine dell’Anp, a decretarne lo scioglimento affidando alla comunità internazionale o addirittura agli stessi israeliani la sorte dei palestinesi. «Se Israele non restituisce Saadat e i suoi compagni, Mazen non ha altra scelta che smantellare l’Anp – ripeteva ieri Tasyr Nasrallah uno dei capi di Fatah a Nablus, eletto nel nuovo Parlamento – piuttosto che continuare così meglio che il mondo si assuma le sue responsabilità e Israele torni ad amministrare la nostra società e le nostre vite». Altri personaggi di spicco di Fatah parlano di mosse israeliane per conseguire con l’assalto a Gerico l’assassinio politico di Mazen. La sostanza non cambia. Mazen è morto. L’Anp è ridotta a una sigla senza sostanza. Lo fanno capire indirettamente sia l’indifferenza con cui il premier inglese Tony Blair liquida le accuse di Mazen, sia la veloce retromarcia dei Paesi arabi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove una semplice minaccia di veto americana blocca e ridimensiona una richiesta di risoluzione anti-israeliana. Per Blair le considerazioni del presidente palestinese e di quanti aderiscono alla logica del sospetto sono «semplicemente sbagliate». Quello che conta, spiega Blair, è la lettera dell’8 marzo all’Anp, in cui americani e inglesi minacciavano il ritiro degli osservatori se i palestinesi non avessero reso più rigide le regole di una prigione con celle aperte, cellulari in libertà e visite senza controlli. Ovviamente Blair si guarda bene dal chiarire il sospetto di un ritiro determinato non dalla volontà di Washington e Londra, ma dalla notifica dell’imminente incursione israeliana. La voce gira, ma né i palestinesi, né i Paesi arabi sembrano essersi decisi a sfruttarla.