Gaza, rapito e liberato un pacifista italiano

La cattura a Khan Younis, dove le forze di sicurezza fanno cilecca

Gian Micalessin

Dal caos di Gaza non si salva più nessuno. Per proteggersi dai rapimenti non bastano né le delegazioni pacifiste, né la protezione di una «pasionaria» come Luisa Morgantini, l'eurodeputata di Rifondazione nota a Gaza e in Cisgiordania come la paladina dei palestinesi. L'ha capito a proprie spese il 30enne giornalista e militante pacifista Alessandro Bernardini ritrovatosi prima ostaggio di un gruppo di armati e poi al centro di uno scontro a fuoco da brivido tra i suoi sequestratori e le forze della sicurezza palestinesi intervenute per liberarlo. Insomma una mattinata di Capodanno decisamente più adrenalinica della prevista visita a Gaza al seguito della delegazione pacifista guidata dai due deputati di Rifondazione, la Morgantini e Giusto Catania.
In teoria il programma era assai tranquillo. Prima un incontro a Khan Younis, nel sud della Striscia, con i rappresentanti de «La Terza Strada», la lista centrista fondata dall'ex ministro delle finanze Salam Fayad e della attivista per i diritti civili Hanan Ashrawi, poi una visita ai ruderi di Gush Katif, il blocco di colonie abbandonato dagli israeliani. Ma a Gaza nulla è scontato. Il militante-giornalista se ne rende conto appena fuori dall'edificio di Khan Younis sede dell'incontro. A qualche passo dalla delegazione italiana e dagli azzimati politici palestinesi sostano in agguato i sequestratori.
In un attimo Bernardini si ritrova circondato dai kalashnikov e separato dai suoi. Poi i rapitori minacciano anche gli altri diciassette pacifisti. A fermarli non sono i kalashnikov delle forze di sicurezza o della scorta, ma un gruppo di coraggiosi passanti che compresa la situazione fa scudo attorno agli italiani. Bernardini, intanto, è già scomparso dentro una macchina diretta a tutta birra fuori città. Mentre a Gerusalemme il consolato italiano contatta l'Autorità Nazionale Palestinese (Anp), a Khan Younis e dintorni inizia il rituale patteggiamento tra forze di sicurezza e militanti armati. Il primo obbiettivo è individuare il gruppo responsabile del rapimento. Il secondo comprenderne i motivi.
Bisogna capire se l'azione punti a ottenere un riconoscimento politico dall'Anp o più semplicemente posti di lavoro, liberazione di familiari detenuti o altre concessioni. La prima rivendicazione comunicata alla stampa internazionale di Gaza non è incoraggiante. A firmare il sequestro sono le sconosciute «Brigate martiri al Aqsa-Famiglia sunnita» che pretendono indagini più approfondite sulla morte di Yasser Arafat e una più incisiva lotta alla corruzione. L'onorevole Luisa Morgantini però si dice ottimista, confida in quel che le promette la sicurezza palestinese e ripete che «Alessandro sarà libero a minuti». Due ore dopo anche il suo ottimismo è messo a dura prova. Qualcuno incomincia temere scadenze più lunghe come quelle seguite al rapimento della volontaria inglese e dei suoi due genitori sequestrati nella stessa zona mercoledì e liberati dopo due giorni di negoziati e ricerche.
La sicurezza palestinese ha nel frattempo individuato il covo tra le rovine di Khan Younis, dove i sequestratori hanno depositato Bernardini, ma durante il raid organizzato per strapparlo ai sequestratori non tutto fila liscio. I miliziani della Sicurezza Preventiva sono convinti di non trovare resistenza, invece i sequestratori si sono nascosti tra le macerie e aprono il fuoco non appena i liberatori si preparano a portar via Bernardini. L'operazione a quel punto degenera nel caos. Tutti sparano contro tutti e l'italiano si ritrova al centro del fuoco incrociato. Fortunatamente i colpi sono tanti, ma molto imprecisi. Così alla fine i miliziani dell’Anp riescono a trascinare Bernardini verso un'auto e a portarlo via incolume.
Quando viene esibito ai giornalisti, l'esangue e terreo giornalista militante ha ancora negli occhi le immagini della non proprio millimetrica operazione di salvataggio. «Sono un eroe per caso», dice. E ancora: «Dopo una telefonata, ho pensato che volessero uccidermi». Ma la fede nella causa palestinese gli fa liquidare la disavventura con poche parole e gli unici veri colpevoli vanno cercati altrove. «Nonostante quanto mi è successo, continuo a credere che l'occupazione israeliana sia criminale, tutti - sottolinea il pacifista liberato - dovrebbero venire a vedere come vive questa gente. Quanto mi è accaduto è frutto della società contorta e militarizzata di questo posto».