Gaza, rapito e rilasciato giornalista italiano

Gian Micalessin

È l’ultima vittima di quella che a Gaza non viene più chiamata Autorità, ma Anarchia palestinese. Lorenzo Cremonesi, l’inviato 48enne del Corriere della Sera rapito ieri nella Striscia e liberato poco dopo le venti, era lì per raccontare i disordini scoppiati nella città di Dir al-Balah dove un gruppo di militanti armati delle Brigate Al Aqsa aveva occupato un ufficio dell’Autorità nazionale palestinese per ottenere l’integrazione nelle forze di sicurezza e relativi salari. Ma dopo aver intervistato uno dei comandanti delle Brigate Al Aqsa, Cremonesi è diventato il loro ostaggio. La merce di scambio per far pressioni sull’Autorità palestinese e ottenere le dimissioni del ministro degli Interni Nasser Youssef incaricato di tener sotto controllo milizie e bande armate. «Ero preoccupato solo all’inizio quando mi puntavano addosso i kalashnikov, ma poi non ho più avuto paura. Gaza non è l’Irak, qui non hanno mai ucciso nessuno. Mi hanno spiegato subito che era un rapimento politico per far pressioni sul presidente palestinese Mahmoud Abbas» (Abu Mazen), ha detto Cremonesi pochi minuti dopo il rilascio.
La notizia della sua liberazione è stata data dal vicepremier e ministro dell’informazione Nabil Shaath mentre Cremonesi veniva condotto al cospetto del presidente Mahmoud Abbas e del ministro Mohammed Dahlan. «Conosco quel giornalista e sono felice che sia stato liberato», ha comunicato Shaath poco prima delle 21 ore italiana, confermando il rilascio avvenuto appena mezz’ora prima. Nel frattempo la Farnesina confermava la liberazione alla moglie dell’inviato. «Stavo facendo un giro in zone vicine alle regioni che saranno evacuate nelle prossime ore, quando sono arrivati quattro uomini armati - ha raccontato il giornalista - che mi hanno tirato giù dalla macchina di peso e mi hanno portato via. Ho parlato con loro per tutto il tempo. Gli ho offerto dell’acqua, erano armati, avevano bombe a mano, kalashnikov puntati, ma hanno subito capito che non intendevo né scappare né fare delle scemenze. Abbiamo scherzato e loro mi hanno offerto da fumare. Io ho rifiutato spiegando che vado in bicicletta e faccio molto sport... Loro si sono messi a ridere».
L’occupazione del palazzo di Dir al-Balah seguiva di tre giorni la spietata eliminazione di Moussa Arafat, per anni capo incontrastato dell’intelligence militare, e precedeva l’imminente ritiro degli ultimi contingenti militari israeliani dalle colonie. La prova di forza dei «brigatisti» era un’altra inequivocabile conferma dell’anarchia che regna a Gaza a pochi giorni dal suo passaggio sotto il totale controllo palestinese. In altri tempi il viaggio di Cremonesi sarebbe stato poco più che una passeggiata. Dalla prima intifada fino a pochi mesi fa nessun gruppo palestinese ha mai alzato un dito su un giornalista. Neppure quando arrivava per raccontare scontri o contrasti interni. Questa buona regola si è usurata negli ultimi mesi quando inviati, tecnici televisivi e operatori umanitari sono diventati merce di scambio nelle complesse trattative tra le diverse fazioni armate e una sempre più impotente Anp.
Cremonesi è stato l’ultimo a farne le spese. Il suo viaggio a bordo di un taxi e in compagnia dell’interprete Ayman Najam s’interrompe nel primo pomeriggio sulla strada del ritorno da Dir al Balah. I brigatisti di Al Aqsa armati e a volto coperto hanno chiuso la strada intorno alla palazzina occupata e bloccano tutte le macchine in transito. Probabilmente il loro obbiettivo non è catturare ostaggi, ma semplicemente prevenire un’eventuale risposta dell’Anp. La comparsa di un volto occidentale e l’idea di poter mettere le mani su altra merce di scambio fa scattare una tentazione irresistibile. Cremonesi viene fatto scendere dalla sua vettura e scortato verso un’altra auto. Subito dopo il veicolo dei rapitori parte a tutta birra verso il campo profughi di Nusseirath, feudo e roccaforte dei gruppi armati nel centro della Striscia.
I primi segnali di un’imminente soluzione positiva arrivano quando il Corriere della Sera riceve una telefonata del proprio inviato. Cremonesi spiega al direttore di essere diventato il capro espiatorio nella contesa che contrappone le Brigate Al Aqsa e il ministro dell’Interno Nasser Youssef di cui i miliziani chiedono la destituzione. Nella telefonata il giornalista del Corriere chiarisce che il suo sequestro è in definitiva soltanto un atto dimostrativo destinato a concludersi abbastanza rapidamente.
La Farnesina aveva ricevuto assicurazioni sull’imminente liberazioni dell’inviato sin dalle 18.45. A quell’ora il presidente palestinese Mahmoud Abbas informava il ministro degli Esteri Gianfranco Fini di star seguendo personalmente la vicenda e prometteva la liberazione entro un’ora. Fini si è dichiarato soddisfatto per il rapido esito della vicenda sottolineando il ruolo svolto dal presidente palestinese. «Un ruolo – ha detto Fini che conferma la volontà della leadership palestinese di lavorare per la pace».