Gaza, rotta la tregua: soldato israeliano muore in un agguato

La guerra è già tornata a Gaza e minaccia di dare il benvenuto a George Mitchell, il nuovo inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente arrivato ieri nella regione per valutare le possibilità di rilanciare i negoziati di pace.
La nuova sferzata di violenza scatta ieri mattina al valico di Kissufim mentre una jeep dell’esercito israeliano con a bordo quattro militari ispeziona la linea di confine con la Striscia. All’improvviso un ordigno piazzato sotto la strada fa saltare il mezzo uccidendo un sottufficiale e ferendo tre militari, tra cui un ufficiale portato all’ospedale in condizioni critiche. La letale esplosione potrebbe anche esser dovuta alla deflagrazione di un ordigno piazzato nella zona durante l’offensiva «Piombo Fuso» ed innescato non per un attacco studiato, ma dalla semplice pressione del mezzo. L’eventualità di un «incidente» non impedisce la reazione israeliana. Mentre i bulldozer blindati aprono la strada alla ricerca d’altre trappole esplosive un gruppo di carri armati torna a prender posizione nella Striscia e le mitragliatrici pesanti bersagliano chiunque si muova lungo la frontiera. Il fuoco incrociato d’Israele e dei militanti di Hamas falcia pochi minuti dopo un 26enne contadino palestinese sorpreso nei campi dalle ostilità.
Mentre lungo il confine si spara per un paio d’ore, a Khan Younis, nel sud della Striscia, due missili d’elicottero centrano un militante di Hamas sorpreso a muoversi in moto nel centro della città. In questa rapida escalation le cause della rottura della tregua, decretata da Israele il 17 gennaio scorso dopo 22 giorni di offensiva e quasi 1300 morti, diventano irrilevanti. «I sionisti sono comunque responsabili di ogni aggressione», dichiara Mushir Al Masri, uno dei leader di Hamas a Gaza spiegando che il suo gruppo non ha decretato alcuna tregua, ma un semplice cessate il fuoco.
Sull’altro fronte il ministro della difesa Ehud Barak, sorpreso dalla notizia dell’attacco alla pattuglia mentre visita una base di cadetti nel sud del Paese, promette un’immediata rappresaglia. «L’attacco è serio e non può venir accettato, per questo risponderemo anche se non è utile specificare come e quando». Parole dure anche da Tzipi Livni, il ministro degli Esteri data per sfavorita nelle elezioni del prossimo 10 febbraio e costretta a rincorrere il capo del Likud Bibi Netanyahu. «Se c’è un incidente sul confine e qualcuno spara... Israele deve rispondere immediatamente - dichiara il capo della diplomazia –, non possiamo dimostrare moderazione nella lotta al terrore a Gaza».
Il diritto d’Israele alla rappresaglia nei confronti di chi lo minaccia dalla Striscia viene ribadito a Washington anche dal nuovo segretario agli Esteri Hillary Clinton. «Noi appoggiamo il diritto d’Israele all’autodifesa. I lanci di missili sempre più vicini alle aree abitate non possono restare senza risposta», dichiara la Clinton.
In questo clima il viaggio dell’inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell sembra già una corsa in salita. La missione, iniziata ieri dal Cairo, si articolerà lungo le principali capitali mediorientali ed europee e si protrarrà per almeno otto giorni. Ad aprire la strada a George Mitchell ci prova, però, Barack Obama. Il presidente nella significativa, prima intervista da quando è alla Casa Bianca, concessa non a caso alla televisione satellitare al Arabya, oltre a tendere la mano al mondo arabo e musulmano sottolinea la necessità di rilanciare i negoziati di pace e garantisce il massimo impegno del suo inviato per raggiungere quanto prima risultati concreti.