Gaza, si combatte nelle città. Israele: "L'obiettivo è vicino"

Carri armati verso il centro della Striscia. Duri scontri in periferia
Il premier Olmert: "Un colpo senza precedenti ai terroristi"

Gerusalemme - Per la prima volta da quando ha cominciato a rovesciare piombo fuso sulla Striscia di Gaza, senza tuttavia riuscire ancora a stroncare i lanci di razzi sulle cittadine costiere israeliane, il governo di Ehud Olmert ha comunicato ieri che l'offensiva militare è «vicina alla realizzazione degli obiettivi che si era prefissata». Se questo vuol dire che la fine delle operazioni militari è già alle viste è tutt'altro che evidente, nonostante l'ottimismo (singolare, e tuttavia comprensibile moto dell'animo che in genere rifugge dall'osservazione della realtà) stranamente diffusosi ieri pomeriggio a Gerusalemme.

A giudicare dal volume di fuoco che si è abbattuto ieri sui principali centri della Striscia, pressati ormai da vicino dalle colonne corazzate con la stella di David, viene semmai da pensare che l'affermazione abbia soprattutto lo scopo di prendere tempo, altro tempo nei confronti della comunità internazionale che reclama un cessate il fuoco immediato. Purtroppo, ha aggiunto lo stesso Olmert in apertura del Consiglio dei ministri, ci vorrà «ancora un po' di pazienza e di determinazione». Resta il fatto, ha sottolineato ancora Olmert, che «Israele ha inflitto un colpo senza precedenti ad Hamas». Un colpo da cui «non si riprenderà facilmente».
Sul terreno, la parola è sempre alle armi. Cresce la pressione israeliana, con l’esercito che avanza lentamente verso Gaza City, mentre la periferia della città è stata teatro di violenti combattimenti: i militari di Tsahal, l’esercito israeliano, hanno preso posizione sui tetti delle case per attaccare i miliziani di Hamas, già bersagliati senza sosta dal cielo e dal mare. Una trentina di morti fra i palestinesi, almeno metà dei quali civili. Un colpo d’artiglieria ha centrato una casa di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, uccidendo due donne e quattro bambini. E fra le vittime c’è anche un cittadino di origine saudita: probabilmente un mujaheddin che si era unito alla resistenza di Hamas infiltrandosi nella Striscia passando da uno dei tunnel scavati al confine con l'Egitto.

La conta delle vittime, che ha probabilmente già superato il migliaio, si è fermata ufficialmente a 878. Ma è un numero che non tiene evidentemente conto degli sventurati ancora sepolti sotto le macerie degli edifici che nessuno ha avuto il tempo di esplorare.
Decine di migliaia di riservisti, richiamati nei giorni scorsi, aspettano nel frattempo di essere dispiegati sul terreno, per mandare ad effetto quella «terza fase» che sta particolarmente a cuore al generale Yoav Galant, responsabile delle operazioni sul terreno, convinto della necessità di rioccupare - sia pure per un periodo limitato - alcuni settori della Striscia, segnatamente la frontiera colabrodo con l'Egitto, da cui sono passate migliaia di tonnellate di armamenti diretti ad Hamas.

Lungi dall'essere sconfitti, i guerriglieri trincerati a Gaza starebbero aspettando la «terza fase» dell'offensiva innescando il loro armamentario di trappole esplosive e di tecniche di guerriglia imparate dai loro confratelli di Hezbollah. Ieri, per la prima volta (come se dessero per scontata una guerra di lunga durata, e la necessità di centellinare il loro potenziale offensivo) sono stati usati cannoncini e forse anche razzi anti elicotteri.

Bunker, ospedali, rappresentanze diplomatiche sono i luoghi in cui si nascondono i dirigenti di Hamas, dice il capo dei servizi di sicurezza interni Yuval Diskin. Secondo Diskin anche le scuole sono state minate per frenare, all'occorrenza, l'avanzata del nemico. Dunque il peggio, se si guarda ai segni, potrebbe ancora venire.