Gaza, la tregua tiene. Israele completa il ritiro

Hamas canta vittoria e il presidente palestinese Abu Mazen chiede un governo di unità nazionale. Obiettivi: l'operazione ha distrutto i tunnel e sigillato il confine con l'Egitto. <strong><a href="/a.pic1?ID=322249">Frattini: &quot;Italia pronta a schierarsi al valico di Rafah&quot;</a></strong>

La tregua regge. Il ritiro di Israele procede. E il ritmo è così sostenuto che oggi stesso, forse, l’ultimo carro armato e l’ultima camionetta con la bandiera bianca e azzurra potrebbero essere tornati al di qua della linea di confine. Dunque Hamas canta vittoria, come un pugile suonato che continua a sferrare cazzotti in aria dopo che l’arbitro ha sospeso l’incontro per ko tecnico. «Siamo in una posizione di potere e di vittoria - è infatti la curiosa dichiarazione che un portavoce del movimento, tal Mushir Al Masri, consegna alla radio israeliana - Israele imparerà presto che la bilancia del potere è cambiata a favore di Hamas».

Un trionfalismo degno di miglior causa si direbbe, vero? Eppure, a considerarlo un po’ più da vicino, il punto di vista di Hamas non è poi così demenziale come sembrerebbe. Non lo è, per esempio, per quel che riguarda la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito nell’estate di tre anni fa (la sua detenzione fu uno dei motivi scatenanti della crisi) e tuttora nelle mani del movimento islamico. Anzi, lascia intendere Hamas: le condizioni per il rilascio potrebbero farsi ancor più pesanti dopo la mazzata assestata a Gaza dall’esercito israeliano. Vittoria, da Teheran, canta anche il premier Ahmadinejad; e anche questo ci sta, propagandisticamente parlando. Il fatto, si diceva, è che il punto di vista di Hamas non è poi così campato in aria.

Qualche dubbio, sulla portata della «vittoria» di Israele, è venuto per esempio al New York Times, il quale retoricamente si domanda, ora che il polverone sollevato dalle bombe e dai cingoli di Tsahal si è posato, «che cosa si sia ottenuto». La risposta, implicita, è: pochino. Ecco il Times: «Quello che è chiaro, adesso che la battaglia è finita è che, nonostante le vaghe speranze israeliane di eliminare completamente Hamas, questo non è successo. Gran parte del potenziale umano del gruppo è rimasto intatto, principalmente perché ha combattuto a distanza, se non affatto, quando possibile, a dispetto della furia dell’avanzata e dei bombardamenti israeliani». E la ragione, se ne conclude, è che Hamas vuole continuare a governare a Gaza, senza tornare al suo precedente ruolo di movimento di resistenza.

Una conferma viene da una fonte vicina al movimento che delle tattiche impiegate da Hamas sembra sapere parecchio. In altri tempi, dice in sostanza la fonte, i guerriglieri si sarebbero immolati andando allo sbaraglio contro la perfetta macchina da guerra israeliana. La libidine da martirio, sapete com’è. «Stavolta è stato diverso. Hanno più esperienza e più addestramento ricevuto dalla Siria e dall’Iran, che li hanno aiutati a ripensare alla loro strategia». Per esempio: sparavano i loro razzi posizionandosi fra le case, ma coprendo la volta del vicolo in modo da non farsi beccare mentre preparavano il lancio. Poi, accesa la miccia...via!

Per avere un bilancio consolidato da parte di Israele è forse un po’ presto. Per il momento, il ministro degli Esteri Tzipi Livni - che sarà domani a Bruxelles per discutere su come consolidare la tregua con i ministri degli Esteri Ue - limita le sue osservazioni al numero di vittime civili (1.300 morti, di cui almeno 700 civili, e 5mila feriti), limitandosi a dire che esse sono «un prodotto delle circostanze», e che per quanto la riguarda «è in pace con se stessa». Chissà se lo è anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, che visiterà Gaza oggi.

La lezione inflitta da Israele ad Hamas dovrebbe avere se non altro raggiunto l’obiettivo di sigillare il confine con l’Egitto. Un’«intesa scritta» in tal senso è stata firmata al Cairo tra Israele ed Egitto. Ora, mentre si comincia a parlare di ricostruzione a Gaza, e già fioccano le prime cospicue donazioni, il presidente dell’Anp tende una mano ai rivali di Hamas. La sua proposta: un governo di unità nazionale con il movimento che prepari le elezioni politiche dell’anno prossimo.