Gazzoni: «Io, rovinato dalla lobby che governa questo calcio marcio»

L’ex patron del Bologna: «Avevo i bilanci in regola e sono finito in B indebitandomi; Messina e Reggina, non a posto col fisco, sono ancora in A solo grazie a dei favori»

Filippo Grassia

È il protagonista di una sceneggiata dai colori forti che Eduardo De Filippo avrebbe volentieri messo in scena per la presenza di tutti gli ingredienti tipici delle sue opere: le promesse mancate, la legge che premia i figli a scapito dei figliastri, i tradimenti in serie, i soldi che girano sempre dalla parte sbagliata. È la storia di Giuseppe Gazzoni Frascara, nato 71 anni fa a Torino, uscito disgustato dal calcio dopo le tempeste degli ultimi mesi. In soldoni deve ripianare i debiti della finanziaria Victoria, pari a 26 milioni di euro, legati a doppio filo con la retrocessione in B del Bologna. In rosso, per lo stesso motivo, anche i soci di minoranza Mario Bandiera (10 milioni) e Franco Goldoni (4). Quasi un paradosso al pensiero che Gazzoni Frascara si è indebitato per aver voluto mantenere in regola il bilancio della società senza andare a caccia di compromessi con i fornitori, i tesserati e l’Agenzia delle Entrate. «Con il Bologna ho perso moltissimi soldi, ma non voglio parlare di questo e fare la figura della vittima. Mi addolora maggiormente constatare che tutti i cosiddetti amici del calcio mi hanno voltato le spalle alle prime difficoltà. Erano gli stessi che in altri momenti mi avevano sollecitato a contrastare i poteri forti del pallone».
Come è finito in questo tunnel?
«Sono stato colpito dalla lobby che governa il calcio e che c’è assolutamente, glielo posso garantire. Potrei addossare le colpe al presidente Carraro, ma sbaglierei a farne l’unico colpevole di questa situazione. Lui rientra in un sistema che è marcio, anzi stramarcio. C’erano delle norme da seguire, dei tempi perentori da rispettare, una barzelletta. Il risultato finale è stato tremendo. Il Bologna che aveva pagato le tasse è finito in B mentre Messina e Reggina, in debito con il fisco, giocano in A».
In altre parole Messina e Reggina avrebbero ricevuto aiuti indebiti...
«Posso anche capire i Franza che hanno sottoscritto un accordo con l’Agenzia delle Entrate fuori tempo massimo, ma che hanno i soldi, certo che li hanno. Diverso è il discorso sulla Reggina. Se il consiglio federale del 6 agosto non fosse stato posticipato di alcuni giorni, la squadra calabrese non avrebbe avuto alcuna possibilità di iscriversi alla serie A per la storia di garanzie non ritenute idonee dall’Agenzia delle Entrate».
Dov’è l’inghippo? Se di inghippo si può parlare?
«La Reggina s’è salvata a tempo scaduto, l’11 agosto, grazie all’aiuto della Banca Popolare di Crotone che, accidenti, fa parte della Banca Popolare dell’Emilia Romagna. In precedenza l’Agenzia delle Entrate di Roma non aveva accettato una fidejussione della società calabrese garantita dalla finanziaria San Remo SpA. Ne dovrebbe essere al corrente anche Facchetti che è consulente di questa società. Nel documento, firmato dal dottor Di Capua, si parla di un soggetto non legittimato al rilascio della garanzia prevista. Si tratta senza alcun dubbio di un salvataggio avvenuto oltre i tempi leciti».
Un altro esempio di doping amministrativo...
«Al di là di questi episodi il Bologna è retrocesso perché ha dovuto lottare contro squadre che, invece di pagare tasse e contributi, si sono rafforzate in modo indebito sul mercato».
Ma si può redimere questo calcio?
«Un’impresa ciclopica. E poi i club lo vogliono? Questo è il punto. C’è una sola società a posto, la Juventus di Giraudo. Lo scriva che gli faccio i complimenti per come ha mantenuto la squadra al vertice in Italia e in Europa senza indebitarsi. Ci sarebbe poi da interrogarsi sul potere di Moggi che controlla tanto calcio, ma questo discorso porta molto lontano».