Gea: pagano i Moggi, ma li salva l’indulto

Scagionato Lippi junior. Luciano e il figlio condannati a pene superiori a un anno. L’ex dg della Juve: "Una vergogna. Ricorreremo in appello e vinceremo al golden gol"

Calciopoli atto primo: condannati i due Moggi, il papà Luciano potente e temutissimo esponente del calcio italiano, e il figlio Alessandro, presidente della Gea. Caduta per entrambi l’accusa più pesante, l’associazione a delinquere, è rimasto in piedi l’addebito meno compromettente, minaccia e violenza privata nei confronti di quattro calciatori. Perciò se la sono cavata con una minuscola pena: 1 anno e sei mesi per l’ex “mammasantissima” della Juve, 1 anno e due mesi per Alessandro considerato nell’ambiente «il figlio di». Assolti, con formule diverse, gli altri soci Gea trascinati in giudizio nello stesso procedimento: tra loro Davide Lippi, figlio di Marcello ct della Nazionale e per il cui coinvolgimento il tecnico viareggino si dimise al ritorno dal trionfo di Berlino, nel luglio del 2006. «Sono felice per me e la mia famiglia, ma quanta sofferenza» la sua chiosa dolce-amara.

Di fatto è uscita indenne dalla sentenza firmata dal presidente della decima sezione penale del tribunale di Roma dott. Luigi Fiasconaro, la stessa Gea, la super-agenzia che aveva il controllo se non proprio il monopolio delle procure tra tesserati di serie A e serie B. Non ci fu illecita concorrenza: questo ha deciso il collegio giudicante. Per i due Moggi, pronti a ricorrere in appello, la pena sarà sospesa: i reati per i quali sono stati condannati, infatti, risalenti ad un’epoca precedente al maggio del 2006, sono coperti dall’indulto approvato dal governo Prodi. Prescritte, infine, le minacce rivolte nel dicembre del 2000 a Franco Baldini, all’epoca ds della Roma.

Smontato dalla sentenza è risultato l’impianto accusatorio costruito dal pm Luca Palamara (che è anche presidente dell’associazione magistrati): al termine della sua requisitoria aveva chiesto condanne pesanti per i due Moggi e per gli altri esponenti della Gea (Zavaglia, Gallo, Ceravolo e Lippi). Stizzita la sua reazione, preceduta dalla solita formuletta («rispettiamo la decisione dei giudici e aspettiamo le motivazioni»). Si è trasformata in un atto di accusa nei confronti dei calciatori: hanno collaborato zero secondo il pm. Ecco la stoccata del dottor Palamara: «La sentenza dimostra che sono avvenuti episodi di violenza privata sui calciatori, con i loro procuratori danneggiati di riflesso anche se devo dire che i giocatori non hanno offerto alcun contributo alle indagini. Loro fanno parte di questo mondo e hanno, evidentemente, altri interessi da coltivare». Si sono fatti condizionare dal potere di Moggi, insomma. Di fatto i due, padre e figlio, hanno pagato solo per la minaccia e la violenza privata esercitata e provata nei confronti dei calciatori Blasi (attualmente al Napoli), Amoruso (ora al Toro), Budiansky e Zetulayev.

Luciano Moggi ha lasciato il tribunale scuro in volto prima di dettare la sua reazione, durissima. «Queste accuse non reggeranno in appello, il processo di secondo grado non saranno i tempi supplementari della vicenda, lì andremo al golden gol» ha cominciato. Prima di inoltrarsi nella ricostruzione suggestiva. «Se avessi dato aumenti a tutti i calciatori, non avrei avuto alcun processo? É una vergogna, la tesi non sta in piedi, non regge. E questo epilogo dovrebbe far riflettere anche Lega e federcalcio: se la sentenza dovesse fare scuola nessuno potrà fare più il ds di una squadra di calcio» la conclusione. Alessandro, suo figlio, ha dettato un misurato lamento («sono amareggiato, non ho fatto nulla») temperato forse dalla mitezza della sentenza. «La Gea è stata assolta completamente, me l’aspettavo per tutti» la piccola soddisfazione. Franco Zavaglia, amministratore della Gea, se l’è presa coi giornali. «La giustizia ha avuto ragione sul processo mediatico: il sistema c’era prima e non è cambiato proprio nulla» il suo sfogo. Di avviso diverso invece Moggi junior: «Il calcio non è mai stato malato, io faccio parte di questo mondo e ne sono pienamente convinto». In serata si è alzata anche la voce del presidente bianconero Cobolli Gigli: «Se in futuro constateremo che ci saranno altre assoluzioni o sentenze miti, allora dovremo avere la coscienza che gli scudetti della Juventus sono 29 e non due di meno, che ci sono stati tolti».
Chiuso il primo troncone di calciopoli, spazio al processo madre: si celebrerà il 20 gennaio davanti alla nona sezione del tribunale di Napoli. Sul capo di Moggi e di altri esponenti del calcio pende l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva.