Gea, le richieste del pm: 6 anni a Moggi, 5 al figlio

Il pubblico ministero Palamara chiede sei anni di reclusione per l'ex dg della Juventus e cinque per il figlio Alessandro al termine della requisitoria nel processo alla Gea. Un anno e quattro mesi la richiesta per il figlio di Lippi

Roma - Sei anni di reclusione per Luciano Moggi, cinque anni per il figlio Alessandro. Sono le richieste fatte dal pm di Roma Luca Palamara a conclusione della requisitoria del processo per le presunte irregolarità che avrebbero contraddistinto l’attività della Gea, società che ha gestito le procure di numerosi calciatori. Il rappresentante dell’accusa ha inoltre sollecitato la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per il procuratore Francesco Zavaglia, già amministratore delegato della Gea, a un anno e quattro mesi per Davide Lippi, figlio dell’attuale ct della nazionale, a due anni e quattro mesi per Francesco Ceravolo e a otto mesi per Pasquale Gallo, questi ultimi collaboratori dei due Moggi.

Gli altri imputati Secondo Palamara l’ex direttore generale della Juventus e il figlio, uno dei fondatori della Gea, sarebbero gli artefici principali dell’associazione per delinquere finalizzata all’illecita concorrenza tramite minaccia e violenza. Gli altri imputati, è la tesi di Palamara, devono rispondere della stessa accusa sotto il profilo del concorso. L’inchiesta giudiziaria prese le mosse nel 2004 da un’iniziativa della procura di Torino. Negli accertamenti, condotti a Roma per competenza territoriale, furono coinvolti altri nomi eccellenti. In particolare, le posizioni di Chiara Geronzi, Giuseppe De Mita e Tommaso Cellini furono archiviate, mentre per quelle di Luciano Gaucci e Riccardo Calleri fu disposto il proscioglimento.

Le motivazioni "Un modus operandi che, partendo dall’acquisizione delle procure dei calciatori, aveva come obiettivo il controllo del mondo del calcio". Così il pm Palamara motivando le richieste di condanna: "Non un sistema mafioso, a nessun calciatore è stata puntata la pistola alla tempia - ha precisato il rappresentante dell’accusa -, ma un meccanismo di intimidazioni e di avvertimenti che aveva il fine di rafforzare il controllo delle procure sportive". In questo contesto, per Palamara, i calciatori "erano vittime di questo sistema" e costretti ad accettare trasferimenti, pena conseguenze per la loro carriera. Al riguardo sono stati citati i casi di Nicola Amoruso, Francesco Grabbi, Salvatore Fresi e calciatori provenienti dalla Russia. "Un disegno preordinato - ha detto ancora Palamara, il quale ha ricostruito punto per punto tutta l’istruttoria dibattimentale - una cartina di tornasole il cui fine era l’acquisizione del maggior numero di procure di calciatori".