GELDOF Don Chisciotte del rock all’Arena la magia del Live Aid

Colpito dalle immagini della carestia in Etiopia, nell’84 inventò la prima maratona di beneficenza

Antonio Lodetti

Probabilmente i posteri non lo ricorderanno come rockstar, ma come «il più grande organizzatore di eventi mai apparso sulla Terra». Lo ha detto lui stesso davanti a milioni di spettatori che assistevano (dal vivo e in diretta tv mondiale) alla sua ultima creatura, il Live 8. «Le mie canzoni non giustificano la mia presenza sul palco». Come rocker Bob Geldof non è mai stato il massimo. Però il suo carisma è indiscutibile; un po’ San Francesco, un po’ Don Chisciotte, un po’trasgressivo, un po’ paladino delle cause umanitarie (dell’ultimo Live 8 il suo portavoce ha detto: «20 milioni di bambini vanno a scuola perché abbiamo suonato le nostre chitarre. 5 milioni di orfani saranno accuditi perché abbiamo cantato per la gioia. Significa che 10 milioni di persone sono vive perché avete ballato per la vita») ora torna in prima persona alle canzoni e venerdì suonerà qui in città all’Arena Civica. Un gladiatore (cosa rarissima nella giungla musical-commerciale di oggi) che parte in tournée senza un disco da promuovere, ché la sua ultima fatica s’intitola Sex, Death and Age ed è datata 2002. Non è stato un grande successo, ma lui s’è subito rifatto rifugiandosi nel passato pubblicando la nuova versione di Do They Know It’s Christmas(con Dido e Robbie Williams al posto dei Duran Duran) e il glorioso dvd di Live Aid.
Ma adesso è tempo di tornare seriamente alla musica, perché lui è sì il re dei maestri di cerimonia ma, non dimentichiamolo, anche un cantautore che sa il suo mestiere (vedere canzoni come The Great Song of Indifference, This Is the World Calling, Love or Something) e che ha un fedele pubblico al suo seguito. Era partito come un ribelle, anima dei punkettari Nightlife Thugs poi arrivati agli onori della cronaca come Boomtown Rats. Suoni energici, ritmatissimi e testi dai forti contenuti. Rap Trap, primo singolo del 1978, entra direttamente al numero uno delle classifiche inglesi. Ma la vera esplosione - nel bene e nel male - arriva con il successivo I Don’t Like Mondays. Nel 1979 Brenda Spencer, una ragazzina californiana, andò a scuola armata di fucile e fece una strage nella sua classe in un liceo di San Diego giustificandosi con la lapidaria frase: «Non mi piacciono i lunedì».
Geldof, ex giornalista d’assalto, scrisse di getto I Don’t Like Mondays, che volò di botto in vetta alle hit parade ma in America fu censurata e attaccata duramente dai familiari della giovane. Nessuno lo ricorda ma al tempo, dal palco, gridava: «Voglio diventare famso così sarò ricco e avrò molte donne». Poi la folgorazione, nel 1984, guardando in tv un documentario sulla carestia in Etiopia. L’anno dopo, il 13 luglio dell’85, riesce a mettere in piedi la prima Woodstock galattica, il primo Live Aid dallo stadio londinese di Wembley e dal Jfk di Philadelphia: 16 ore di musica in diretta tv per oltre un miliardo di persone. Da vent’anni tutti lo tirano per la giacchetta cercando di etichettarlo dietro una bandiera politica; più lo fanno più lui si svincola senza guardare in faccia nessuno. Recentemente si è scagliato contro il presidente ugandese Museveni provocando una serie di manifestazioni di piazza in cui la gente urlava e portava cartelli con scritto: «Geldof, l’Africa non è il tuo teatrino» oppure «Taci e smettila di bere», ma lui continua a difendere come può i diritti dei più poveri cercando di non scivolare nella palude dell’utopia.
Questa volta lascia parlare le sue canzoni cercando di creare un’atmosfera magica e coinvolgente con la sua chitarra, la sua voce asprigna che profuma d’Irlanda e la sua pugnace band.