Gelmini agli studenti: "Avanti con la riforma"

E loro imitano la Cgil Il ministro riceve i giovani per discutere il decreto I duri della protesta non si siedono neppure al tavolo<br />

I «piccoli» dell’Uds non si sono nemmeno seduti. Hanno consegnato al ministro Mariastella Gelmini una lettera e se ne sono andati. Gli universitari dell’Udu, invece, si sono alzati dal tavolo poco dopo l’inizio dell’incontro. Insomma, ieri, all’atteso incontro tra governo e associazioni studentesche, se non fosse stato per la giovane età, sembrava di trovarsi di fronte a navigati e un po’ polverosi sindacalisti.
È andato in scena il classico copione delle trattative morte in partenza, come quella per la riforma dei contratti, con la Gelmini nel ruolo di Confindustria e le due principali organizzazioni studentesche perfettamente calate nei panni della Cgil di Guglielmo Epifani.
Fatto non straordinario se si pensa che l’Unione degli studenti medi è nata da una costola del sindacato di sinistra e che l’Unione degli universitari è tuttora legata alla confederazione da un patto di lavoro. Di fatto, è un sindacato studentesco federato alla principale organizzazione del lavoro.
Rispettato in pieno il protocollo che negli ultimi tempi è stato applicato a tutte le trattative alla quale ha partecipato la Cgil. Gli studenti dell’Uds hanno consegnato una lettera al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini nella quale chiedono al governo di fare marcia indietro su tutto. Gli studenti di sinistra hanno precisato che non parteciperanno al confronto fino a quando il ministro non avrà ritirato il decreto 137. Percorso e motivazioni identiche per gli universitari che hanno dichiarato chiuso il tavolo con il ministro «in quanto non è stata accolta la nostra richiesta di abrogazione degli articoli 16 e 66 della legge 133, per noi prerogativa per l’apertura del dialogo».
A poco sono valse le spiegazioni che Gelmini ha fornito a chi è rimasto al tavolo. I soldi per l’istruzione ci sono, ma vengono spesi male. «Ci sono 94 università, più 320 sedi distaccate nei posti più disparati» e poi «37 corsi di laurea con 1 solo studente», «327 facoltà non superano i 15 iscritti». Il merito interessa poco quando fuori impazzano cortei e occupazioni, quindi le associazioni della sinistra ufficiale sono tornate in piazza, riunendosi all’ala più estrema, quella dei collettivi.
Le posizioni sono rimaste immutate, la Rete degli studenti medi, anche questa federata alla Cgil, ha bocciato i due provvedimenti del ministro: «Per noi l’intera riforma è solo un modo per risparmiare 8 miliardi di euro», ha spiegato il portavoce Luca De Zolt. «Su questo il ministro non ci ha risposto. Continueremo con le proteste e ogni scuola deciderà singolarmente se occupare».
Immediata la solidarietà del Partito democratico: «La volontà della Gelmini di non ritirare» i provvedimenti «conferma che per il ministro il dialogo è poco più che una questione da cerimoniale», ha spiegato Manuela Ghizzoni. Anche gli esponenti più moderati hanno dato ragione alle organizzazioni che hanno scelto la rottura: «Questi ragazzi avvertono che in questo modo si compromette il loro futuro, quindi consiglierei di ascoltarli», ha commentato Massimo D’Alema.
E, chiaramente, il sindacato. In particolare le sigle degli insegnanti che hanno invitato gli studenti di sinistra a raggiungerli il 30 ottobre: il giorno in cui si svolgerà lo sciopero generale della scuola e la manifestazione nazionale a Roma. Dall’alleanza studenti-operai del Sessantotto a quella studenti-insegnanti del 2008 il passo è breve per Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, entusiasta per il no degli studenti a Gelmini: «Si sta compiendo quello che non accadeva da diversi lustri con sindacati di categoria, tutti e uniti, lavoratori anche di altre categorie sindacali, studenti, medi e universitari, genitori, famiglie, associazioni, amministrazioni locali, tutti insieme per difendere il futuro del Paese, il diritto al sapere e il valore della conoscenza».
Le altre associazioni studentesche hanno continuato a trattare. Le associazioni cattoliche e quelle di destra, oltre ai ricercatori dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca). «Abbiamo chiesto di non penalizzare il diritto allo studio delle periferie - ha spiegato Marco Iasevoli, responsabile giovani di Azione cattolica - e il ministro ci ha assicurato che le variazioni saranno di carattere amministrativo ma non verranno chiusi plessi scolastici».