La Gelmini non è da sola: ministri sempre bocciati

Chi tocca la scuola muore. Di qualunque colore sia il loro governo, i titolari dell’istruzione non sfuggono mai alle contestazioni. Quando tentò la riforma fini alla gogna anche Luigi Berlinguer

Ci sono due tipi di matti in politica. I primi sono i Guardasigilli che pensano di riformare la giustizia: di centrodestra, di centrosinistra, di centro, tecnici, sono stati tutti fermati in un modo o nell’altro dalle proteste dei magistrati. I secondi matti, se possibile, sono ancora più matti. Perché sono i ministri della Pubblica Istruzione che pensano di riformare la scuola. Scatenando le proteste non di una sola categoria, sia pure importante come quella dei giudici, ma di decine: studenti, famiglie, maestri, professori, bidelli, operatori di segreteria... Non c’è nessuno di quelli che mette piede, anche casualmente, in un’aula, che non si senta in dovere di scendere in piazza contro la «vergognosa e liberticida riforma della scuola». Qualsiasi sia la riforma e qualsiasi sia la scuola in questione.

Ieri, ad esempio, in tutta Italia sono scesi in piazza i ragazzi dell’Unione studenti: 300mila secondo gli organizzatori, che come i grandi a cui fanno riferimento, preferiscono abbondare nei conti. Comunque, erano tanti e hanno ribadito a Roma come a Milano, a Napoli come a Torino, a Salerno, Firenze, Genova, Bologna, Bari, Trieste e Brindisi uno slogan unico: «Suoniamole alla Gelmini». A Bergamo, esaurite le bandiere a stelle e strisce, è stato simpaticamente bruciato un grembiulino, simbolo dell’odiata riforma dell’odiato ministro. Per Nichi Vendola siamo addirittura all’«inizio della vera opposizione».

Eppure, nonostante tutto, Mariastella Gelmini può stare abbastanza tranquilla. La sua riforma può piacere o non piacere, essere approvata parzialmente o totalmente. Ma il punto è che la protesta non è contro «la riforma Gelmini della scuola», è contro «la riforma della scuola» tout court.

Chi tocca i fili dell’ordinamento scolastico muore. O, quantomeno, si scotta. Addirittura, senza soluzione di continuità fra destra e sinistra. La poltrona del ministero di viale Trastevere è da sempre una delle più scomode. E, se è vero che alcuni degli inquilini di quel dicastero hanno fatto carriera (due, Antonio Segni e Oscar Luigi Scalfaro, sono diventati addirittura presidenti della Repubblica), è anche vero che in tanti si sono bruciati.

Quando eravamo piccoli, ad esempio, si manifestava contro Franca Falcucci, ministra democristiana della Pubblica Istruzione nel quinto e nel sesto governo Fanfani e nei due governi Craxi, al grido di «Ucci, ucci, ci mangiamo la Falcucci». La colpa della ministra dello scudocrociato era quella di voler riscrivere le regole delle scuole, ancora inebriate dal decennio dei decreti delegati e dall’illusione di studenti, professori e genitori di giocare ai piccoli politici nei consigli di classe, di istituto, di circolo e su a crescere. Lei, con il fisico da preside zitella e l’eloquio da prof severa, sembrava perfetta come bersaglio. Un premier come Bettino, poi, calamitava nelle proteste anche quelli a cui della riforma della scuola non interessava assolutamente nulla.

Poi toccò a Rosa Russo Iervolino. Rosetta stava provando nella solita missione impossibile: una riformetta della scuola. E, in piena contestazione studentesca, ebbe la trovata di andare in piazza San Marco a Venezia a fare l’elogio dei Giochi della gioventù. Pazza idea. I ragazzi iniziarono a fischiare, poi fischiarono ancora più forte, poi sommersero letteralmente di fischi la Iervolino, che fu costretta a smettere. Addirittura, dovette intervenire Oscar Luigi Scalfaro per difenderla. Sì, lo so che i maligni diranno che era quasi una nemesi anticipata per entrambi, ma resta il fatto che anche Rosetta cadde sotto i colpi dell’immutabilità della scuola italiana.

Fischi qua e là raccattarono anche i vari Bodrato, Mattarella, Gerardo Bianco, Galloni, Misasi e D’Onofrio, democristiani assortiti a viale Trastevere, così come Giancarlo Lombardi, indipendente nel governo Dini, e Tullio De Mauro, linguista prestato all’Amato bis. Per lui, però, niente lingue. Solo linguacce.

Ancora niente in confronto a Luigi Berlinguer, ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Prodi e nei due esecutivi di Massimo D’Alema: la sua riforma dei cicli, peraltro abrogata dalla Moratti, riesce ad essere contestata ancora oggi, anche dai docenti di sinistra e dagli studenti, il cui pensiero è ben sintetizzato dalla foto in questa pagina. Nonostante si chiamasse Berlinguer. Detto tutto.

Il resto è storia recente. Letizia Moratti è stata simpaticamente invitata a portare le sue tre i (internet, impresa, inglese) a Nassirya e persino un bonaccione come Beppe Fioroni, per aver teorizzato il ritorno degli esami di riparazione, è stato al centro di dure contestazioni. Pure lui, come chiunque abbia provato a riformare la scuola.
Rimandato sì. Ma a quel paese, come tutti gli altri.
Coraggio, Mariastella.