Gelo tra Israele e Londra per Gerusalemme

Frattini: «Necessaria la cautela prima di approvare questa bozza»

Gian Micalessin

Il fantasma del grande nemico, l'incubo della «perfida Albione» e dell'era del Mandato Britannico è tornato. A resuscitarlo è stato il rapporto stillato dalle autorità diplomatiche britanniche sull'espansione degli insediamenti israeliani nell'area di Gerusalemme. Pubblicato dal Guardian e dal New York Times quel documento ha risvegliato gli antichi sospetti e le animosità per una supposta e malcelata politica anti israeliana del Foreign Office. Sospetti che infiammano l'opinione pubblica israeliana e ridestano le antiche accuse. A livello diplomatico la situazione non è migliore. I funzionari del ministero degli Esteri israeliano non esitano a definirlo «un documento anti israeliano» e a presentarlo come l'ulteriore dimostrazione dell' «impenitente politica filo palestinese» perseguita dal ministero degli Esteri inglese. Dopo le proteste per le lacrime versate dalla corrispondente della Bbc davanti alla partenza dell'Arafat malato, dopo le accuse alla stessa Bbc per una linea troppo sbilanciata a favore dell'Anp, Israele ha, insomma, nuovi motivi per lamentarsi con Sua Maestà.
Questa volta accuse e questioni sul tappeto non sono noccioline perché minacciano di compromettere l'appoggio europeo e internazionale a tutta la futura politica negoziale del premier Ariel Sharon. E allora il ministero degli Esteri israeliano non si trattiene e arriva a rinfacciare alla Gran Bretagna anche il numero di proteste formali inoltrate per opporsi alla politica dello Stato ebraico nei territori palestinesi. «La Gran Bretagna - accusano i funzionari del ministero degli Esteri di Gerusalemme - è la nazione che presenta il più alto numero di proteste formali denunciando il nostro operato e le nostra politica».
Secondo il documento, redatto dal consolato britannico di Gerusalemme Est, l'operato d'Israele e le sue azioni minacciano di compromettere il processo di pace, radicalizzando le posizioni dell'opinione pubblica palestinesi. Nel mirino del rapporto c'è soprattutto la massiccia espansione degli insediamenti intorno a Gerusalemme. Secondo le autorità diplomatiche inglesi, quelle costruzioni sottrarrebbero ingenti territori ai palestinesi e punterebbero a rendere irrealizzabile un'eventuale divisione della città. Il documento preparato in vista di una riunione dei ministri degli Esteri europei era stato rimandato a una data successiva dopo l'intervento dell'Italia e dell'asse più vicina a Israele in seno all'Unione Europea. E ieri il vicepresidente della Commissione Ue, Franco Frattini, ha ribadito la necessità di affrontare con cautela le problematiche riguardanti la politica d'Israele per Gerusalemme Est. «In un momento decisivo come quello dell'apertura del valico di Rafah e del trasferimento dei poteri di sicurezza all'Autorità nazionale palestinese e mentre Sharon si gioca tutto su questa partita, è estremamente necessaria cautela prima di approvare un documento del genere». Frattini ha anche auspicato che la presidenza di turno britannica dell'Ue gestisca bene il dossier definito «la bozza di un documento interno, predisposta in vista di un incontro del 12 dicembre prossimo e dopo quella data affrontato».
Il documento britannico suggeriva tra l'altro d'incoraggiare mosse simboliche come lo spostamento a Gerusalemme Est di tutti gli incontri con i rappresentanti politici palestinesi. L'operazione equivarrebbe a riconoscere il ruolo di capitale palestinese per la parte araba di Gerusalemme. Una mossa capace di far inviperire gli israeliani. «La considereremmo una decisione molto problematica e non certo favorevole a Israele, anche perché esistono precisi accordi con i palestinesi per evitarlo», ha dichiarato ieri il portavoce israeliano Mark Regev. Una fonte anonima reagisce con più durezza. «Non siamo minimamente sorpresi che tutto questo sia stato ispirato da Londra. Da una parte gli inglesi sostengono di comprendere i nostri problemi e di voler mediare, dall'altra continuano a metterci sotto accusa e a tentare d'imbarazzarci. Di loro non ci possiamo fidare».